ASSODIPRO: INCONTRO INTERNAZIONALE A MADRID ASSOCIAZIONI DI MILITARI DI CIPRO, GRECIA, ITALIA, MALTA, MONTENEGRO, PORTOGALLO E SPAGNA – ODIHR , OSCE, EUROMIL

ASSODIPRO HA PARTECIPATO ALL' INCONTRO INTERNAZIONALE TENUTOSI A MADRID DI ASSOCIAZIONI DI MILITARI DI CIPRO, GRECIA, ITALIA, MALTA, MONTENEGRO, PORTOGALLO E SPAGNA – Un incontro internazionale sul ruolo delle associazioni militari nella tutela dei diritti  dei membri delle forze armate nel sud dell'Europa. L'incontro è stato organizzato dall'ufficio per la difesa delle istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) dell'organizzazione per sicurezza e cooperazione in Europa (OSCE) e l'organizzazione europea delle associazioni militari (EUROMIL). Vi proponiamo la relazione letta dal rappresentante ASSODIPRO per l’Europa – Fabrizio MENEGOLI – ai  27 rappresentanti delle Forze Armate del sud del Mediterraneo (Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Montenegro), oltre ai loro rappresentanti politici, Euromil –  ed alti rappresentanti  dell'OSCE/ODIHR – I rappresentanti politici italiani erano assenti  nonostante l'invito da parte dell'OSCE/ODIHR al nostro  Ministero della Difesa.   

MADRID  20 Nov. 2013   Se i fatti italiani, relativi ai problemi in trattazione, non si incaricassero di dimostrare ancora una volta che i ritardi di attenzione politica verso l’emancipazione delle condizioni di tutela professionale dei militari che assumono per assurdo   la determinazione di un accanimento ideologico contro una categoria di lavoratori, ben poco si poteva aggiungere, come si intuisce da quanto precedentemente letto, a quanto Assodipro ha sostenuto nel tempo, ovvero che l’imposto istituto delle RR.MM a tutto provvede meno che ad assicurare una decorosa tutela professionale del lavoro militare. Sono invece i fatti nazionali di questi ultimi anni che urlano lo sconcerto, le preoccupazioni e l’impotenza dei militari italiani. Dai provvedimenti di riforma pensionistica ( poi non completati ) elaborati dal Governo Monti tramite la inossidabile Ministra del Lavoro Prof.ssa Fornero, per i quali, in spregio del rispetto e della considerazione da riservare alle RR.MM,  ogni accordo era   stato solo ricercato con le Amministrazioni della Difesa   senza la dovuta concertazione con le RR.MM; alle riforme sullo strumento militare (L.244 del 2012) e dai provvedimenti della c.d. spending review (DL 6 luglio 2012 N° 95 e successivi provvedimenti) che stanno impegnando  il Parlamento attraverso la elaborazione delle procedure esecutive che si conferma ancora una volta tutta l’impotenza e l’inadeguatezza delle RR.MM a svolgere un decoroso ruolo di tutela professionale. I contenimenti della spesa pubblica racchiusi nei provvedimenti della spending review e la  definizione di un nuovo strumento militare nazionale agiscono in concorso per ridurre drasticamente l’organico del personale delle FF.AA di circa 40.000 uomini; provvedimenti ritenuti utili per il riequilibrio matematico delle componenti finanziarie (personale-esercizio-investimenti) della Difesa ed in particolare per il recupero di risorse da destinare agli armamenti e per ridefinire organicamente la quantità degli uomini destinati ad operare dentro un contesto di proiettabilità esterna con rinnovate tecnologie in dotazione. Strategie, disegni, provvedimenti ed operazioni che si muovono, che vengono delineati ed adottati senza che ad essi possano  concorrere fattivamente e compiutamente le RR.MM relegate come sempre al ruolo marginale di spettatore delle decisioni che altri assumono, nonostante le ricadute occupazionali, familiari economiche e previdenziali che investiranno una larga parte del personale militare. In estrema sintesi i sacrifici  da offrire al  contenimento dei conti pubblici e all’ammodernamento dei sistemi d’arma vengono imposti ai militari senza che i loro rappresentanti possano  in qualche modo concertarne le ricadute. Un grande esempio di moderne democratiche relazioni del lavoro !. Nel merito dei provvedimenti in adozione, ampia è la platea dei soggetti che non ne condividono la ratio; movimenti di opinione, associazioni, sindacati e alcuni partiti politici sollevano forti perplessità sulle spese militari impegnate per un programma di ammodernamento ritenuto allo stato da subordinare alle prioritarie emergenze sociali del Paese, quali l’occupazione giovanile, il sostegno alle imprese e alle famiglie; critiche motivate, documentate e qualificate   sono state inoltre espresse da autorevoli ex dirigenti nazionali delle FF.AA italiane. In tal senso Assodipro non ha fatto mancare la propria voce: da due anni circa con convegni, sit in e giornaliere puntualizzazioni pubblicate sui suoi seguitissimi siti web, nel ribadire la propria netta contrarietà agli indirizzi delle politiche militari in atto   ricorda   al potere politico e alle istituzioni che essi avranno un impatto dirompente sugli uomini in uniforme, sulle loro famiglie e sul loro futuro del quale occorre farsi carico non con i sentimenti della pelosa carità istituzionale. E’ tuttavia nei tempi di maggiore crisi che si misura la considerazione che lo Stato offre ai suoi più devoti dipendenti; agli apprezzamenti per il ruolo che i militari svolgono in particolare nelle missioni di pace, sovente  infarciti della migliore retorica di regime, si accompagnano ormai ritualmente drastici provvedimenti penalizzanti che disconoscono il valore del lavoro militare e la dignità di chi è chiamato a tutelarlo. Al fine di veder riconosciuti ai militari italiani i diritti di tutela professionale di cui beneficiano larga parte dei loro colleghi europei, Assodipro,  ha presentato lo scorso anno apposito ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. E’ pertanto all’Europa che Assodipro guarda con fiducia; è all’Europa delineata dai nuovi trattati di Lisbona che hanno conferito elevata dignità alla Carta Europea dei Diritti dell’Uomo che riconosce ad ogni cittadino comunitario il diritto di associarsi liberamente. E’ ancora all’Europa che occorre guardare, ovvero alla sua ineludibile unità  politica e alla sua capacità di armonizzare  le particolari politiche di difesa e sicurezza; è a questo orizzonte  che occorre rivolgere ogni sforzo  se si vuole  costruire quella solida e concreta unità di indirizzi strategici e quella reale  economia negli  investimenti militari che evidenti  interessi politici, militari ed industriali cercano di frenare. 

Grazie. Fabrizio Menegoli   Delegato Assodipro in Euromil  


IN LEGGI TUTTO : PARTE INIZIALE DELLA RELAZIONE LETTA A MADRID e già PRESENTATA AL PARLAMENTO EUROPEO DAL PRESIDENTE ASSODIPRO  EMILIO AMMIRAGLIA nel Novembre 2011.
Preg.me autorità politiche e di Governo, Sig.ri/e Dirigenti dell’OSCE, amici e colleghi  di Euromil, relativamente al tema in trattazione esattamente due anni fa il Presidente Nazionale di Assodipro, Emilio Ammiraglia, ebbe modo di rappresentare in pubblica audizione al Parlamento Europeo la condizione di esercizio dei diritti associativi e sindacali dei militari italiani; una relazione che, per il valore di analisi, di riflessioni storiche  e contenuti giuridici merita di essere riletta in questo contesto per diventare parte integrante dei nostri odierni lavori :   “On.li Deputati, amici e colleghi di Euromil, che la questione dei negati diritti associativi di tutela prof.le dei militari italiani  stenti a trovare un coerente ancoraggio nella più evoluta legislazione europea è purtroppo, per la cronicità che la caratterizza,  una constatazione amara che la dice lunga sulle infinite resistenze che incontra e sulle tante responsabilità politiche che in concorso ne  hanno sino ad oggi imbrigliato ogni ipotesi di superamento. Il veto di esercizio dei diritti associativi di tutela prof.le dei militari italiani è stato introdotto dal legislatore nel 1978 attraverso l’approvazione della Legge 382/78 ed in particolare mediante le previsioni di cui all’art. 8. In buona sostanza si decise che i militari italiani non potevano costituire associazioni professionali a carattere sindacale né aderire ad altre associazioni sindacali,  e inoltre che la costituzione di associazioni o circoli fra militari sarebbe stata subordinata al preventivo assenso del Ministro della Difesa. E’ per la compressione di questi fondamentali diritti previsti, garantiti e protetti  dalla Costituzione italiana (art. 18 e 39), che alcune non irrilevanti formazioni politiche non votarono nel 1978 a favore della approvazione della Legge 382/78. Essa, partorita dopo un lungo travaglio parlamentare ed un appassionato e partecipato dibattito politico/sociale, fu il risultato normativo determinato dalla  contrapposizione fra il rinnovamento che traeva ispirazione e linfa dalla lettura più rigorosa della Carta Costituzionale, e i conservatorismi degli apparati militari  e la moderazione delle maggiori forze politiche dell’epoca. L’equilibrio finale vide arrestarsi la riforma alle soglie vere del previsto garantismo costituzionale in materia di esercizio dei diritti di cui qui ci occupiamo. In surroga ai diritti associativi di tutela professionale, per i militari italiani la stessa Legge del 1978 previde la istituzione delle Rappresentanze Militari come organi elettivi interni all’Ordinamento Militare, deputati alla tutela collettiva dei rappresentati in affiancamento delle corrispondenti autorità militari territoriali. Tutela prof.le affidata ad uno strumento che, carente della indipendenza dalla autorità pubblica, della autonomia gestionale e dei mezzi finanziari idonei a supportarne la indispensabile progettualità e la dovuta operatività, si è rivelata presto essere un obiettivo difficilmente raggiungibile. E’ dalla presa d’atto di questi congeniti limiti strutturali delle RR.MM  – che con tutta evidenza depongono a sfavore della  incisività dell’azione di tutela di quanti in esse operano – che agli inizi degli anni 90 cominciarono a manifestarsi robuste e motivate  richieste di riforma del modello di tutela professionale dei nostri militari. In risposta ad una sentita, diffusa e condivisa esigenza di tutela, espressa da larga parte della società militare italiana, da ormai 20 anni restano impantanate nelle aule parlamentari proposte di riforma mai trasformate in legge; ipotesi di riforma che al netto dell’opportunistico riformismo di circostanza  manifestatosi  nel 1999 –  in prossimità del pronunciamento della Corte Costituzionale sfociato nella sentenza N° 449/99 in tema di costituzionalità dei divieti associativi dei militari previsti dall’art.8 della Legge 382/78 -, continuano ancora a prevedere nelle RR.MM interne all’Ordinamento Militare l’inamovibile strumento di tutela dei militari, infischiandosene con ciò delle numerose raccomandazioni europee e della più evoluta legislazione in materia emanata dall’O.I.L. Per la tirannia del tempo dentro il quale questo intervento deve essere compreso, le considerazioni dell’Associazione che rappresento – in merito alla sopra richiamata sentenza n° 449/99 della Corte Costituzionale confermativa dei divieti associativi dei militari italiani – sono rinvenibili nel materiale messo a disposizione di questo consesso tramite l’Euromil  (vedesi in particolare l’articolo intitolato “UN ABBAGLIO COLLETTIVO?) che comprende tra l’altro sul punto l’interessante commento dell’Avvocato Antonino Romeo di Padova. Comprese ed evidenziate le cause strutturali che rendono inefficace lo strumento di tutela dei militari italiani, è d’obbligo rappresentarne l’anacronismo rispetto allo scenario europeo e alla più evoluta legislazione dell’O.I.L che in materia si occupa della definizione identitaria delle organizzazioni di tutela dei lavoratori pubblici, delle protezioni da accordare loro, della indipendenza di cui debbono godere rispetto alla autorità pubblica e della NON ingerenza nella loro attività che deve essere assicurata e bandita. Da innumerevoli anni il Parlamento Europeo tramite risoluzioni e raccomandazioni esorta gli Stati membri a riconoscere in tempo di pace ai militari i diritti associativi per finalità di tutela professionale; inviti che nell’ottica della costituzione di strutture militari sovranazionali contenevano l’esigenza di evitare fra gli appartenenti ad esse disarmonie in tema di diritti di tutela, ritenendole un pericolo per la stabilità e la coesione delle stesse. In sintesi il veleno delle diversità dei trattamenti derivanti da provvedimenti governativi, concertativi o negoziali come causa di   differenziati modelli di tutela, doveva essere prevenuto attraverso la costruzione di una sostanziale  omogeneità strutturale  dei  soggetti rappresentativi degli interessi dei militari. Le raccomandazioni europee in materia, in quanto interpretazione di un necessitato equilibrio da costruire, trovano  luce e ispirazione in una  legislazione sovranazionale che non ammette dubbi circa i connotati da conferire agli strumenti di tutela dei lavoratori pubblici, militari compresi. In particolare è dal combinato delle disposizioni di cui alla Convenzione N° 151/78 dell’O.I.L e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea che si ricavano le indicazioni per unificare in positivo le condizioni di tutela dei militari europei. La Convenzione N° 151/78 dell’O.I.L. inerente le relazioni di lavoro nella funzione pubblica, ratificata dal Parlamento Italiano con la Legge N° 862/84, spiega e chiarisce che la legislazione nazionale determinerà la misura in cui le garanzie previste dalla stessa si applicheranno alle Forze Armate e di Polizia (art.1 c, 3). Misura di esercizio che a pena di decadenza dei diritti che la Convenzione introduceva nell’ordinamento legislativo italiano non poteva essere, come invece è stato, pari allo zero. La motivazione politica, ovvero l’espediente usato dal legislatore per aggirare l’obbligo di estendere ai militari italiani le nuove libertà di tutela associative previste dalla richiamata Convenzione è, come meglio si vedrà, quanto di più beffardo si potesse dichiarare. Si disse,  senza provare alcun imbarazzo, che le libertà di tutela professionale derivanti dalla Convenzione N° 151/78 dell’O.I.L. relativamente alla sfera militare italiana erano già assicurate e garantite dalla normativa che aveva introdotto nell’Ordinamento militare le Rappresentanze militari come Organismi di tutela collettiva; pertanto allo stato non esisteva alcuna esigenza di aggiornamento della legislazione nazionale a favore del personale delle Forze Armate. Per capire che i fatti si incaricano di dimostrare che quelle argomentazioni furono un falso scadente, occorre ricordare che la Convenzione N°151/78 dell’O.I.L. stabilisce che “Le organizzazioni dei pubblici dipendenti dovranno godere di una  completa indipendenza nei confronti della autorità pubblica (art.5 c. 1)”; da ciò la loro autonomia organizzativa, funzionale ed economica. E inoltre che “Le organizzazioni dei pubblici dipendenti dovranno godere di un’adeguata protezione contro ogni atto di ingerenza da parte delle autorità pubbliche nella loro formazione, funzionamento e gestione (art. 5 c. 2). Ed ancora, che  “Vengono in particolare assimilati ad atti di ingerenza, ai sensi del presente articolo,  le misure tendenti a promuovere la creazione di organizzazioni di pubblici dipendenti sotto un’autorità pubblica, o a sostenere delle organizzazioni di pubblici dipendenti  con mezzi finanziari o altri, con l’obiettivo di porre tali organizzazioni sotto il controllo di un’autorità pubblica” (art.5 c. 3). C’è quanto basta per capire che è la storia dei sindacati gialli di emanazione totalitaria che si voleva rendere irripetibile e da mettere al bando nonostante le nostalgie di qualche generale col colbacco o con il fez. Chi avrà la bontà di mettere a raffronto la legislazione italiana che nel 1978 introdusse le RR.MM nell’ordinamento militare con le previsioni normative della richiamata Convenzione dell’O.I.L,  si accorgerà che in Italia le organizzazioni di tutela dei militari, ovvero le RR.MM., sono la più rigorosa espressione di ciò che era proibito realizzare. E’ infatti vero che esse nell’essere collocate all’interno dell’Ordinamento militare non godono del pluralismo di scelta opzionale che ogni lavoratore potrebbe esercitare; che la loro conformazione  essendo stata decisa ope-legis rappresenta la più classica interferenza nella sfera della loro autonomia organizzativa e che nell’essere sostenute economicamente dallo Stato Datore di Lavoro sono private di fatto della loro indipendenza,  che è fattore che ne mina la libertà di azione e la capacità di espressione rappresentativa. A dimostrazione di ciò,  ovvero a conferma della mancanza di indipendenza delle RR.MM. dal potere pubblico, l’ingerenza del superato Governo Berlusconi circa la durata dell’attuale mandato delle stesse, prorogate per ben due volte;  e il richiamo in servizio dalla posizione di congedo del Presidente di una Sezione della rappresentanza centrale,  utile alla continuità nello svolgimento  dell’incarico rappresentativo. Il tutto nel silenzio della politica e della magistratura contabile nazionale che sul punto molto potrebbe rilevare. Ingerenze governative che, in dispregio delle regole democratiche che informano il funzionamento delle RR.MM e il loro sistema elettorale, nel procrastinare illegittimamente il termine di esercizio delle stesse,  si trasformano in consenso politico da un lato e vantaggi economici personali a favore degli accondiscendenti rappresentanti dall’altro;  questo assurdo accade mentre ai  militari elettori è vietata la possibilità di sfiduciare i propri ossequiosi rappresentanti che proseguono bellamente nell’incarico per esclusivo volere governativo. Al cospetto di tanto debordante interessato interventismo è la democrazia che,  attraverso la violazione delle regole che sottendono alla sua efficace azione relativamente al punto in trattazione,  ne esce mutilata ed umiliata. Voltare pagina tuttavia è ancora possibile; oggi si tratta di capire se l’integrazione europea delineata dal Trattato di Lisbona e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea è una aspirazione capace di rimuovere arretratezze, pregiudizi e steccati ideologici oppure se essa debba ancora arrestare il passo rispetto ai particolari interessi degli stati membri.   In tal senso l’AS.SO.DI.PRO. non  mancherà di fornire il suo particolare contributo che nel 2012, in occasione delle celebrazioni del ventennale della sua fondazione, è sarà sempre  offerto a quanti vorranno degnarla di attenzione nella circostanza delle diverse manifestazioni. In conclusione per quanto sin qui affermato,  riteniamo che il tempo dei particolarismi, delle furbizie, delle rendite di posizione e dei veti che hanno sino ad oggi impedito ai militari italiani di godere appieno dei diritti associativi di tutela professionale possa e debba considerarsi esaurito; sono gli orizzonti, le sfide e gli impegni europei che in tal senso agiscono, richiamando ognuno alla responsabilità dell’utile concorso”. Grazie.                                                                              ASSODIPRO     Il Presidente     Emilio Ammiraglia       Bruxelles  29 Novembre 2011  

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