Marina Militare-Davide GRASSI il signornò, AVEVA RAGIONE! Dopo 12 anni il Tar riabilita Davide Grassi, oristanese, ex tenente di vascello:non ubbidì a un ordine del suo capitano e finì agli arresti

di Michela Cuccu ORISTANO.
Si usa dire che la coerenza ha un prezzo, spesso molto alto da pagare. Se si indossa una divisa militare, ad esempio, può costare una punizione severa ma ingiusta. E ci possono volere anni prima che qualcuno, ad esempio la magistratura – il Tar di Genova, in questo caso – rimetta, almeno in parte, le cose a posto. Lo sa bene Davide Grassi, dodici anni fa tenente di vascello, congedatosi con il grado di capitano di corvetta, nato e vissuto a Oristano fino al momento di arruolarsi in Marina. Il tenente Davide Grassi, che nella città di Eleonora ha conseguito la maturità scientifica al liceo Mariano IV e ha fatto tanto sport con l’Atletica Oristano, il 23 febbraio del 2002 non obbedì a un ordine del suo capitano. Oggetto: sversare in mare migliaia di litri di liquidi oleosi provenienti dal motore del vascello e che si erano accumulati nella sentina.
«Signornò», fu la risposta del giovane ufficiale (all’epoca aveva appena 30 anni), imbarcato sulla nave militare Maestrale nella
missione Enduring Freedom nel Corno d’Africa. Le conseguenze per quel rifiuto furono pesanti: quindici giorni di arresto, ma soprattutto, l’innesco di una serie di meccanismi che gli pregiudicarono la carriera militare, abbandonata due anni fa. «Quel rifiuto di eseguire ordini illegali costò a me a ai miei colleghi una situazione impossibile da sostenere – racconta Grassi –, il trattamento a noi riservato nei quattro mesi di navigazione successivi fu quello applicato agli ammutinati. Mi hanno tenuto sempre sotto controllo, seguito anche quando andavo in bagno. Terminata la missione, sbarcati a La Spezia, mi hanno messo in ferie forzate per 60 giorni – prosegue Davide Grassi – fino a negarmi la possibilità di entrare all’Accademia di Livorno dove avrei voluto insegnare. Anzi, mi hanno trasferito a Genova, costringendomi per nove anni ad una vita da pendolare. Tutto
questo per aver voluto evitare un disastro ambientale».
Era ben consapevole il tenente di vascello, che scaricare tutto quell’olio di macchina in mezzo all’oceano avrebbe provocato enormi danni all’ambiente e che un’operazione di questo tipo poteva essere fatta, come stabiliscono le normative internazionali recepite dalla Comunità europea, solo in un porto e con l’ausilio di una ditta specializzata.
«Signor capitano non lo possiamo fare. E se lo dovesse fare lei, sappia che ho già scattato foto e girato filmati che invierò a chi di dovere, anche alla stampa se necessario, per far sapere cosa è accaduto a bordo». Questo disse il 23 febbraio del 2002 Davide Grassi. Il tenente ha dovuto aspettare dodici anni prima che una istituzione gli desse ragione. È di qualche giorno fa, infatti, la sentenza dei giudici del Tribunale amministrativo di Genova che hanno stabilito come il tenente di vascello «non avesse apertamente violato il dovere di obbedienza nei confronti dei superiori gerarchici. La sua condotta – scrivono i magistrati del Tar – ha impedito un episodio di ingiustificabile danneggiamento dell’ambiente marino». Invece il tenente Grassi dopo quel no subì umiliazioni, trasferimenti e valutazioni “sospette” in pagella. La Marina è stata anche condannata a pagare un risarcimento di 1500 euro. Cifra molto distante, dai costi ben più elevati di una causa durata più di dieci anni. «Soprattutto non cancella ciò che ho trascorso: la carriera bloccata, il clima al lavoro invivibile con l’impossibilità di spiegare persino ai miei familiari l’inferno nel quale ero sprofondato. Pensate – aggiunge Davide Grassi – ne ho parlato solo ora con mio figlio che ha dieci anni e ho voluto tenere lontano da questa storia fin che ho potuto».
Un risarcimento dei danni subiti, sollecitato dal tenente, non è stato riconosciuto dai giudici. Nonostante la vita di Davide Grassi per quell’ordine non eseguito (una richiesta illegittima, ha stabilito il Tar) sia cambiata radicalmente: il tenente due anni fa ha deciso di cambiare lavoro (oggi è ingegnere civile) abbandonando la divisa, che pure portava con onore e con grandi aspirazioni.
«Ciò che mi fa più male è il silenzio, assoluto, da parte della Marina – conclude Davide Grassi – Pensate: il giorno dell’udienza li ho avvisati io. Per correttezza».

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