Carabiniere e spogliarellista. dottor Jeckil e mister Hide. Sentenza Tar Veneto

Nel romanzo di Luois Stevenson già dalla fine ottocento la tematica del doppio, dell’esistenza umana bisognosa di dare sfogo a tutte le sfaccettature più intime è stata ben spiegata con la figura del dottor Jeckil e Mister Hide, due personalità che convivono in unico corpo.  Di giorno scienziato che cerca di scoprire le leggi di natura, attraverso la chimica e la matematica, le certezze della scienza diurna che si infrangono nella notte in cui si presenta l’uomo in tutta la sua bestialità e natura originaria.  Un destino crudele a cui è difficile sfuggire e spesso si finisce per soccombere.  Così è accaduto al carabiniere sanzionato disciplinarmente con sette giorni di consegna semplice  “per aver tenuto in più occasioni, e in particolare all’interno di esercizio pubblico sottoposto a possibili controlli di polizia i cui titolari erano a conoscenza del Suo stato di carabiniere, un contegno caratterizzato da assoluta minore serietà e decoro. Tale comportamento oltre a condizionare l’esercizio delle funzioni di militare dell’Arma, ha leso – in pubblico – gravemente il prestigio dell’Istituzione”. Praticamente, faceva lo spogliarellista come se nulla fosse, tra l’altro molto apprezzato dal pubblico femminile. L’attività non si esauriva negli spogliarelli, altresì nei social pubblicizzava gli eventi con diversi pseudonimi ovviamente riconducibili all’artista. A nulla è servito il Ricorso gerarchico all’interno dell’Arma, la punizione di sette giorni è stata confermata. Ha pensato bene di fare ricorso al Tar magari per affermare il diritto di “libero spogliarello in libero stato dal servizio”.,gli è andata male anche con il giudice amministrativo.

La Difesa

La difesa del carabiniere si è basata principalmente su due filoni, quello formale secondo il quale in fase di istruttoria l’amministrazione avrebbe omesso, tralasciato alcune salvaguardie del procedimento, sul piano sostanziale non aveva negato quell’episodio, ma ne aveva sminuito la portata. Stesso discorso per pubblicità dei suoi eventi sui social aveva dichiarato che si è trattato semplicemente di feste organizzate da amici senza scopo di lucro. La partecipazione alle feste è stata fatta a titolo di favore per amici senza ricevere alcun compenso. Trattasi di fatti accaduti nella sfera privata non perseguibili disciplinarmente. Ha inoltre aggiunto, di aver partecipato senza pensare che ciò potesse recare pregiudizio all’immagine dell’Arma.

Il Danno di immagine e il tema del doppio

E’ singolare la motivazione della sanzione quanto la difesa del ricorrente, sembra incentrarsi sul “danno di immagine e del decoro”, una questione principalmente estetica con sfumati riverberi sul servizio. Si ha l’impressione che il disdoro all’Arma sia dato dallo spettacolo dello spogliarello, viceversa, se si trattava di un monologo teatrale con i testi di Ovidio la cosa avrebbe preso altra piega, probabilmente neanche si dava. Eppure nell’ambiente era apprezzato, le sue performance erano professionali, avevano un suo seguito. Paradossalmente, l’Arma avrebbe dovuto gioire di quel “suo figliolo” capace di stupire per le sue qualità fisiche e artistiche. Il problema del comportamento e danno di immagine si è presentato in passato con la presenza di atleti olimpionici in alcune discipline patrocinate dall’Arma e FF.AA. Il duplice ruolo di sportivi e appartenenti alla Forze Armate ha fatto si che si perdessero di vista gli ambiti, i limiti e il contesto. Decoro, prestazione e comportamenti privati si sono sovrapposti creando confusione. Si è lasciato intendere che il carabiniere poteva essere campione mondiale di sci e sulle copertine di riviste e giornali di ogni genere. Non c’era scandalo, danno di immagine, punizione. Si è lasciato correre una doppiezza istituzionale sulla base di una convenienza di immagine, di una visibilità superiore che ripaga da contraddizioni disciplinari e di servizio. E’ sbagliato porre su un piano amministrativo una questione più complessa, il  tema in discussione è quello della doppiezza. La condotta del ricorrente da un punto di vista pragmatico, esente da perbenismi di facciata, è conforme all’andazzo generale. Il richiamo “..assoluta minore serietà e decoro”,  al “..tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio, ..astenersi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro; (…). improntare il proprio contegno,  ..mantenere anche nella vita privata, una condotta seria e decorosa; (…)” è pretestuoso.

Il problema è il servizio non il decoro o l’immagine

Questi punti non hanno nulla a che fare con un profilo amministrativo, riconducono all’essenza del carabiniere, militare all’unicità, specificità del ruolo istituzionale. Specificità che non significa non avere diritti (come maliziosamente qualcuno ha cercato di far passare), bensì doppi ruoli, doppie tendenze, doppi profili. A prescindere dall’essere lettore dei testi di Ovidio, sportivo o spogliarellista. Il problema non è il decoro o l’immagine, ma il servizio stesso, che con il duplice comportamento del carabiniere veniva minato. Come avrebbe potuto fare un controllo istituzionale in quei locali in cui la sera si esibiva? Non c’entra il decoro e non c’entra neanche la vita privata, intesa come fuori dal servizio, poichè trattasi di “vita privata” che interagisce con il servizio. E’ come se un agente segreto nelle mure domestiche rivelasse segreti di ufficio e magari pretenderebbe di fronte un giudice di poterlo fare in nome di una vita privata propria. Non capire questa sottile differenza e giocare sulle aule dei tribunali a chi la spunta, non fa bene al militare, alla società e all’amministrazione.

17 Febbraio 2019

La Redazione

LA SENTENZA (15/02/2019)

 REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto

(Sezione Prima)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1272 del 2016, proposto da
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall’avvocato Angelo Cubisino, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in San Bonifacio, via Camporosolo n. 1;

contro

Ministero della Difesa, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Distrettuale Venezia, domiciliata ex lege in Venezia, San Marco, 63;

per l’annullamento

della sanzione disciplinare di n. 7 giorni di consegna, irrogata da parte del Comando Interregionale Cararbinieri “-OMISSIS-” con provvedimento del 08.07.2016 prot. n. 384/10-2016 e poi riconfermata, dopo ricorso gerarchico, con provvedimento n. 384/27/2016 del 17 agosto 2016.

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l’atto di costituzione in giudizio di Ministero della Difesa;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell’udienza pubblica del giorno 23 gennaio 2019 la dott.ssa Silvia De Felice e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. Con il ricorso indicato in epigrafe, il sig. -OMISSIS-, carabiniere scelto presso il comando Interregionale Carabinieri -OMISSIS-, ha impugnato il provvedimento Prot. 384/10 2016 del 8.7.2016 con il quale è stata irrogata nei suoi confronti la sanzione disciplinare della consegna per sette giorni, oltreché il provvedimento del 17.08.2016 di conferma della sanzione, adottato all’esito del ricorso gerarchico promosso dal ricorrente medesimo.

2. Questi i fatti dai quali trae origine la controversia.

2.1 In data 27.6.2016 il ricorrente riceveva comunicazione di avvio di un procedimento disciplinare nei suoi confronti, contenente la seguente contestazione “per aver tenuto in più occasioni, e in particolare all’interno di esercizio pubblico sottoposto a possibili controlli di polizia i cui titolari erano a conoscenza del Suo stato di carabiniere, un contegno caratterizzato da assoluta minore serietà e decoro. Tale comportamento oltre a condizionare l’esercizio delle funzioni di militare dell’Arma, ha leso – in pubblico – gravemente il prestigio dell’Istituzione”.

2.2 Tale procedimento aveva preso avvio da un esposto, presentato presso i Carabinieri di -OMISSIS-, con il quale si era segnalato che l’odierno ricorrente in più occasioni aveva svolto l’attività di -OMISSIS-in alcuni locali del Veneto e che lo stesso aveva alcuni account sui social network, attraverso i quali pubblicizzava tale attività.

L’esposto era accompagnato da materiale fotografico a comprova di quanto dichiarato.

2.3 Il ricorrente rendeva le proprie dichiarazioni a difesa in data 5.7.2016.

2.4 All’esito del procedimento veniva quindi adottato il provvedimento Prot. 384/10 2016 del 8.7.2016, con il quale veniva irrogata la sanzione di 7 giorni di consegna, per violazione degli artt. 1346, 1350, 1352 del D.Lgs. n. 66/2010, Codice dell’ordinamento militare, e degli artt. 717 e 732 del d.P.R. n. 90/2010, Testo Unico delle norme regolamentari in materia di ordinamento militare.

2.5 Il ricorrente proponeva ricorso gerarchico che veniva respinto con provvedimento del 17.08.2016 di conferma della suddetta sanzionedisciplinare.

2.6 Avverso tali provvedimenti il ricorrente proponeva il presente ricorso, prospettando sei distinti motivi di censura, graduati secondo l’ordine di importanza, chiedendone quindi l’esame e l’accoglimento nell’ordine indicato.

I) “Violazione di legge, e, in particolare, Nullità della sanzione in relazione alla mancata indicazione dell’organo a cui inoltrare la richiesta di accesso atti di indagine, violazione del diritto di difesa”.

La mancata indicazione nel provvedimento di contestazione delle suddette indicazioni avrebbe impedito al ricorrente di poter conoscere tutti gli atti posti a fondamento del provvedimento disciplinare e di poter approntare un’adeguata difesa.

II) “Violazione di legge, e in particolare, nullità della sanzione in relazione alla mancata concessione di congruo termine a difesa e violazione del diritto alla difesa”.

Al ricorrente sono stati concessi solo 10 giorni per rispondere alle contestazioni mosse, in asserita violazione della norma di cui all’art. 6, comma 2 D.M. 690/1996, secondo la quale il termine a difesa dovrebbe essere pari a due terzi del termine complessivo per la conclusione del procedimento disciplinare nel suo complesso. Tale termine, ad avviso del ricorrente, deve ritenersi perentorio e il mancato rispetto di esso determina necessariamente la violazione del diritto di difesa dell’interessato. Inoltre, nel provvedimento non sono state indicate circostanze particolari che potessero giustificare la riduzione dei termini di legge.

III) “Violazione di legge e in particolare nullità della sanzione in relazione alla mancata indicazione nell’atto di apertura del procedimento sanzionatorio delle ragioni di tempo e di luogo”.

Nel provvedimento non è stato indicato il giorno esatto nel quale si è verificato l’evento oggetto della contestazione, ma è stato indicato solo l’anno 2015.

Ciò renderebbe il provvedimento sanzionatorio illegittimo poiché le circostanze specifiche di tempo, ad avviso del ricorrente, sono essenziali per poter correttamente inquadrare il comportamento ascritto e per valutarne l’effettiva rilevanza sul piano disciplinare.

IV) “Violazione di legge e in particolare dell’art. 3 l. 7 agosto 1990, n. 241 (mancanza o insufficienza della motivazione), nonché nullità della sanzione irrogata per difetto di motivazione e difetto di contestazione in relazione all’art. 717 del TUROM. Errata e falsa applicazione del medesimo articolo ai fatti imputati quale violazione di norme di comportamento”.

Il comportamento posto in essere dal ricorrente sarebbe stato erroneamente inquadrato sotto il profilo giuridico.

Da un lato, infatti, nel provvedimento sarebbe contenuto solo un generico riferimento ad un contegno caratterizzato da “assoluta minore serietà e decoro”, senza indicare in modo esatto quale dovere e quale norma il ricorrente avrebbe violato.

Dall’altro lato, le norme genericamente richiamate nel provvedimento non sarebbero applicabili al caso di specie. In particolare, il comportamento tenuto dal ricorrente non sarebbe affatto contrario al senso di responsabilità, secondo la definizione di cui all’art. 717 del d.P.R. n. 90/2010, dal momento che lo stesso avrebbe soltanto partecipato ad una festa privata, senza porre in essere comportamenti illeciti, né danneggiare e ostacolare il perseguimento dei fini istituzionali.

V) “Violazione di legge e in particolare nullità della sanzione irrogata per difetto di motivazione e difetto di contestazione in relazione all’art. 732 del TUROM. Errata e falsa applicazione del medesimo articolo ai fatti imputati quale violazione di norme di comportamento”.

Il comportamento tenuto dal ricorrente, per le modalità di tempo e di luogo che lo caratterizzano, non sarebbe riconducibile nemmeno all’art. 732 del TUROM, non essendo stato intaccato il prestigio dell’Arma.

In conclusione, nel provvedimento non sarebbe dato capire quale sia stato l’iter decisionale seguito dall’Amministrazione per l’irrogazione della sanzione.

VI) “Eccesso di potere per eccessiva valutazione del fatto in relazione alla sanzione applicata”.

Ad avviso del ricorrente, la sanzione della consegna per 7 giorni sarebbe in ogni caso eccessiva rispetto ai fatti contestati e si sarebbe quindi violato il principio di gradualità nell’esercizio della potestà disciplinare.

2.7 In via istruttoria il ricorrente chiedeva quindi l’acquisizione da parte dell’Amministrazione di tutti gli atti rilevanti utilizzati nell’ambito del procedimento disciplinare, nonché l’audizione del ricorrente da parte del Giudice.

3. Si costituiva in giudizio il Ministero della Difesa, depositando la documentazione relativa al procedimento disciplinare e agli atti di indagine svolti e chiedendo il rigetto del ricorso nel merito.

4. In vista dell’udienza di discussione del ricorso nel merito le parti non depositavano ulteriori memorie e documenti.

5. All’esito dell’udienza pubblica del 23 gennaio 2019, sentite le parti come da verbale, la causa veniva trattenuta in decisione.

6. Tutto ciò premesso, il Collegio in via preliminare rileva che l’Amministrazione resistente, nel costituirsi ha depositato la documentazione relativa al procedimento disciplinare svolto nei confronti del ricorrente.

Non vi sono pertanto ragioni per dare seguito alle istanze istruttorie presentate dal ricorrente, posto che la documentazione versata in atti risulta ampia e completa, del tutto adeguata ai fini del decidere.

7. E’ dunque possibile passare ad esaminare il ricorso nel merito, precisando che le censure sollevate dal ricorrente possono essere trattate congiuntamente, essendo le stesse fondate sulle medesime circostanze di fatto e strettamente connesse anche sul piano logico e giuridico.

8. Il ricorso è infondato.

9. Dall’esame della documentazione versata in atti risulta, in primo luogo, che il ricorrente ha posto in essere i comportamenti che hanno costituito oggetto della contestazione disciplinare.

E’ provato pertanto che il ricorrente ha preso parte ad una serata, nell’anno 2015, presso il locale denominato “Ada Gioie di pesce” e in tale occasione si è esibito come spogliarellista.

Inoltre, lo stesso su alcuni social network aveva pubblicato materiale fotografico nel quale veniva ritratto in atteggiamenti riconducibili alla suddetta attività.

9.1 Lo stesso ricorrente non ha contestato l’episodio, né la presenza delle fotografie sui social network, ma si è limitato a sminuirne la portata e la rilevanza sul piano disciplinare, come si evince dalla dichiarazione scritta resa in data 05.07.2016 (cfr. pag. 84, docc. del Ministero).

In particolare, con tale dichiarazione il ricorrente ha affermato che “Sui fatti rappresentati nelle fotografie, …, preciso che si è trattato semplicemente di feste organizzate da amici senza scopo di lucro. Ho partecipato a tali feste a mero titolo di favore chiestomi da amici senza ricevere alcun corrispettivo o compenso … . Purtroppo vi ho partecipato senza pensare che ciò potesse recare pregiudizio all’immagine dell’Arma ed al lavoro che svolgo”.

9.2 D’altra parte, tali circostanze sono state confermate anche dalle dichiarazioni rese dai proprietari del locale presso il quale si è svolta la serata suddetta, dalle verifiche svolte sui social network e dal materiale fotografico ivi reperito.

9.3 Pertanto, la sanzione disciplinare è stata irrogata sulla base di presupposti di fatto oggettivi, adeguatamente accertati e verificati in fase istruttoria e non contestati dal ricorrente.

10. Per quanto riguarda le irregolarità denunciate avverso il provvedimento di contestazione dell’addebito disciplinare, si ritiene che le stesse non siano tali da rendere illegittimo il provvedimento sanzionatorio.

Difatti, si tratta di irregolarità formali che non hanno impedito al ricorrente di esercitare, in concreto, il proprio diritto di difesa, come dimostrato dal fatto che lo stesso ha depositato le proprie memorie difensive in data 05.07.2016.

11. Il provvedimento di contestazione dell’addebito disciplinare conteneva tutti gli elementi essenziali necessari a rendere edotta la parte interessata dello specifico fatto contestato, consentendogli così di esercitare il proprio diritto di difesa.

In particolare, il provvedimento riportava nell’intestazione il riferimento dell’Ufficio che ha prodotto l’atto e allo stesso il ricorrente poteva quindi inoltrare eventuali richieste in merito allo stato del procedimento, così come l’istanza di accesso agli atti.

Inoltre, l’atto contenente la contestazione dell’addebito disciplinare riportava indicazioni precise sia sul fatto, sia sulle risultanze delle verifiche svolte, segnalando, in particolare, la presenza delle dichiarazioni rese dai proprietari del locale e del materiale fotografico acquisito sui social network.

E tali elementi coincidevano esattamente con gli esiti delle verifiche svolte in fase di accertamento da parte degli uffici incaricati, come riportati nell’apposita relazione istruttoria (cfr. pag. 83 e ss. docc. Ministero). Dunque, nell’atto di contestazione erano richiamati gli esiti istruttori fondamentali, sulla base dei quali il procedimento disciplinare è stato avviato e svolto.

12. Inoltre, quando il ricorrente ha prodotto la propria dichiarazione difensiva, in data 05.07.2016, non ha fatto ulteriore istanza di accesso agli atti, non ha rappresentato eventuali difficoltà nell’ottenere i documenti necessari per approntare la propria difesa e non ha presentato richiesta di proroga dei termini concessi per la sua difesa, ma si è limitato ad ammettere i fatti contestati, seppure con le precisazioni sopra riportate.

13. Peraltro, nella nota depositata in data 05.07.2016 il ricorrente ha dato espressamente atto di aver preso visione delle foto recuperate dai social network, confermando così di avere avuto accesso al materiale probatorio utilizzato dal Ministero nell’ambito del procedimento disciplinare.

14. Inoltre, il provvedimento sanzionatorio è stato adottato all’esito di un procedimento disciplinare che si è svolto in modo legittimo, pienamente conforme alla vigente normativa.

A tal riguardo, occorre richiamare il D.Lgs. n. 66/2010, applicabile ratione temporis anche alla controversia oggetto del presente ricorso, nel quale è contenuta la puntuale disciplina del procedimento disciplinare

L’art. 1370, comma 1 prevede che “Nessuna sanzione disciplinare può essere inflitta senza contestazione degli addebiti e senza che sono state acquisite e vagliate le giustificazioni addotte dal militare interessato”.

Il successivo comma 6 esclude che le specifiche formalità procedurali previste nella stessa norma debbano trovare applicazione nel caso di procedimenti disciplinari di corpo instaurati per l’applicazione di una sanzione diversa dalla più grave consegna di rigore, così delineando per le sanzioni meno gravi – come quella applicata all’odierno ricorrente – un iter procedurale molto più informale.

L’art. 1358 prevede poi le sanzioni disciplinari di corpo: “1. Le sanzioni disciplinari di corpo consistono nel richiamo, nel rimprovero, nella consegna e nella consegna di rigore. 2. Il richiamo è verbale. 3. Il rimprovero è scritto. 4. La consegna consiste nella privazione della libera uscita fino al massimo di sette giorni consecutivi. 5. La consegna di rigore comporta il vincolo di rimanere, fino al massimo di quindici giorni, in apposito spazio dell’ambiente militare – in caserma o a bordo di navi – o nel proprio alloggio, secondo le modalità stabilite dagli articoli successivi. 6. La sanzione della consegna di rigore non può essere inflitta se non per i comportamenti specificamente previsti dall’articolo 751 del regolamento”.

Il successivo art. 1398 disciplina l’iter specifico del procedimento disciplinare di corpo, prevedendo le seguenti fasi: “a) contestazione degli addebiti; b) acquisizione delle giustificazioni ed eventuali prove testimoniali; c) esame e valutazione degli elementi contestati e di quelli addotti a giustificazione; d) decisione; e) comunicazione all’interessato”.

Tenuto conto che nel caso di specie, come visto, è stata irrogata la sanzione disciplinare di corpo consistente nella consegna “semplice”, l’iterseguito risulta pienamente coerente con le disposizioni vigenti appena richiamate. Vi è stata, infatti, la contestazione dell’infrazione, si sono acquisite le giustificazioni della persona interessata e si è svolta un’istruttoria adeguata, fino all’irrogazione della sanzione. La normativa vigente, in ogni caso, non prevede termini specifici e fissi a difesa dell’interessato.

Il termine concesso deve essere adeguato rispetto alle concrete esigenze difensive del soggetto. Peraltro, la norma invocata dal ricorrente, ovvero l’art. 6, comma 2 D.M. 690/1996, secondo la quale il termine a difesa dovrebbe essere pari a due terzi del termine complessivo per la conclusione del procedimento disciplinare nel suo complesso, è stata abrogata dal D.Lgs. n. 66/2010. Nel caso di specie, è stato quindi concesso un termine di dieci giorni per la presentazione delle proprie giustificazioni. Esso, tenuto conto di tutte le circostanze del caso concreto, non risulta in alcun modo irragionevole, come del resto è confermato dal fatto che il ricorrente, entro tale termine, ha presentato le proprie memorie scritte, senza rappresentare la necessità di ottenere una dilazione dei termini a difesa. Del resto, per mezzo dei propri scritti difensivi il ricorrente ha ammesso i fatti contestati, seppure rappresentando le proprie giustificazioni in merito; non sono state mai rappresentate ulteriori esigenze difensive, né si sono indicate le circostanze o le ragioni diverse che il ricorrente avrebbe inteso far valere con termini a difesa più estesi.

15. Anche la mancata indicazione della data esatta in cui si è svolto l’episodio contestato appare del tutto irrilevante, dal momento che il comportamento in sé disvela la propria rilevanza sul piano disciplinare, indipendentemente dal giorno o dal periodo esatto dell’anno in cui è stato posto in essere. Inoltre, gli atti evidenziano il luogo e il contesto in cui si è verificato lo specifico episodio contestato, ovvero un pubblico esercizio alla presenza di più persone, alcune delle quali erano a conoscenza che il ricorrente era un carabiniere. Tali circostanze sono sufficienti a rivelare il disvalore, sotto il profilo disciplinare, della condotta posta in essere dal ricorrente, idonea a ledere il prestigio dell’Istituzione.

16. Inoltre, nel provvedimento finale l’Amministrazione richiama espressamente le norme lese dal comportamento tenuto dal ricorrente, che ben si attagliano al comportamento tenuto al ricorrente.

In particolare, la condotta del ricorrente, come sopra descritta e caratterizzata dalla “assoluta minore serietà e decoro”, è riconducibile all’art. 1346 del D.Lgs. n. 66/2010, richiamato espressamente dall’Amministrazione nel provvedimento sanzionatorio, che al comma 1 recita: “La disciplina del militare è l’osservanza consapevole delle norme attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituzionali delle Forze armate e alle esigenze che ne derivano. Essa è regola fondamentale per i cittadini alle armi in quanto costituisce il principale fattore di coesione e di efficienza”.

L’art. 717 del d.P.R. 15.3.2010 n. 90 – Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare prevede che “Il senso di responsabilità consiste nella convinzione della necessità di adempiere integralmente ai doveri che derivano dalla condizione di militare per la realizzazione dei fini istituzionali delle Forze armate”.

Infine, il richiamato art. 732 recita “1. Il militare deve in ogni circostanza tenere condotta esemplare a salvaguardia del prestigio delle Forze armate. 2. Egli ha il dovere di improntare il proprio contegno al rispetto delle norme che regolano la civile convivenza. 3. In particolare deve: a) astenersi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro; (…) 5. Il personale dell’Arma dei carabinieri deve improntare il proprio contegno, oltre che alle norme previste dai precedenti commi, ai seguenti ulteriori doveri: a) mantenere, anche nella vita privata, una condotta seria e decorosa; (…)”.

Pertanto, i provvedimenti impugnati, oltre alla descrizione del fatto contestato, contengono anche il riferimento alle disposizioni violate dal ricorrente.

17. In conclusione, tali provvedimenti risultano adeguatamente motivati, secondo quanto prescritto dall’art. 1398, comma 6 del D.Lgs. n. 66/2010 che recita “La motivazione deve essere redatta in forma concisa e chiara e configurare esattamente l’infrazione commessa indicando la disposizione violata o la negligenza commessa e le circostanze di tempo e di luogo del fatto”.

18. Infine, la sanzione irrogata della consegna per sette giorni non risulta palesemente sproporzionata o inadeguata alla condotta del ricorrente.

Difatti, la consegna, consistente nella “privazione della libera uscita fino al massimo di sette giorni consecutivi” non rappresenta la sanzione di corpo più grave, essendo astrattamente applicabile la ben più grave consegna di rigore.

Ciò dimostra, quindi, che vi è stata una graduazione nella scelta della sanzione da applicare.

Peraltro, sotto questo profilo occorre ricordare che la valutazione sulla rilevanza disciplinare della condotta e sulla gravità di essa, così come la scelta della specifica sanzione da applicare, costituiscono espressione di discrezionalità amministrativa, e possono pertanto essere sindacate dal giudice solo ove sia ravvisabile una palese illogicità, il travisamento dei fatti o un’ingiustizia manifesta (cfr. in ultimo Cons. Stato, sez. IV, 20.09.2018, n. 5473). Circostanze che non ricorrono nel caso di specie.

19. Alla luce di tutto quanto precede, il ricorso deve essere respinto.

20. Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza e vengono liquidate secondo il dispositivo, tenendo anche conto della manifesta infondatezza del ricorso.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio che liquida in complessivi euro 2.000,00 (duemila/00), oltre oneri accessori come per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.

Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, come modificato dal D.Lgs. n. 101/2018, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare il ricorrente e le altre persone fisiche.

Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del giorno 23 gennaio 2019 con l’intervento dei magistrati:

Maurizio Nicolosi, Presidente

Giovanni Giuseppe Antonio Dato, Referendario

Silvia De Felice, Referendario, Estensore

L’ESTENSORE IL PRESIDENTE
Silvia De Felice Maurizio Nicolosi

IL SEGRETARI

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