Fare Sindacato, dire sindacato. I sindacalisti facebbokkiani.

Adesso, mettiamo caso che tra i tanti che inneggiano, promettono, alludono e riempiono profili interi e pagine di siti web sul significato del termine sindacato e lo propongono nell’ambito delle forze armate come fosse un pacco per Natale con lancio di raccolte firme o di aggregazioni partitiche o vendette trasversali per la resa dei conti, personalismi alimentati da ipervisibilità mediatica, cariche a vario titolo da esibire come i distintivi, ma alla fine quali sono i contenuti, le competenze, le idee, le priorità?

Perchè per quanto possono essere attrattive le situazioni che si stanno prefigurando in tema di difesa dei diritti del personale militare, quello di cui poco si discute sono le modalità e la strategia per renderle effettive.

E allora a cosa serve l’invettiva fine a se stessa del turpiloquio mediatico del Ministro che non capisce niente o del generale che vaneggia di una probabile perdita di una autorità o giornalisti, che non sapendo nemmeno di cosa stanno parlando, lanciano elucubrazioni mentali a sostegno dell’una o dell’altra teoria senza conoscere nè la storia del diritto militare nè della situazione attuale all’interno delle forze armate.

Tutti parlano di tutto senza preoccuparsi più di tanto, quanto abbiano o meno effetto quello che dicono o che tipo di opinione diffusa (e forse sbagliata) riescono a sedimentare nell’opinione pubblica o delle forze politiche.

E allora abbiamo il “pistolero” facebokkiano, che ogni 3 secondi ha una notizia del copia e incolla con relativi commenti di facile presa per quelli, che altro non hanno da fare che condividere in un effetto valanga, la banalità del momento.

Così assisto ultimamente ad esternazioni di fantomatici difensori dei diritti dei militari, basando la propria capacità rappresentativa su fatti banali, di facile presa ma senza mai dare un’alternativa o una soluzione. Si spara nel mucchio, così bene o male qualcosa si colpisce di sicuro.

Ma gli effetti che producono questi comportamenti non fanno altro che dire, si spara poi si vedrà.

Invece, oggi come non mai, abbiamo bisogno di serietà sia comportamentale sia qualitativa in termini di rivendicazioni.

Fregiarsi portatori di istanze senza conoscere le problematiche, senza conoscere i regolamenti, senza conoscere quali sono le norme a sostegno di trattamenti economici e di carriera, è come promettere aria fritta ai creduloni pensando poi che comunque ci sarà qualcuno che ci penserà.

Insomma, tra i tanti promotori che oggi si ergono a rappresentanti dei diritti dei militari, vedo molti venditori di notizie copiate e commentate, nessuno che invece si preoccupa di elaborare delle proposte serie e supportate da conoscenza profonda e consapevole delle tematiche che saranno oggetto del contendere sindacale.

E che dire poi di quei avvocati che si fanno promotori di nuovi sindacati insieme a forze politiche o presunte tali, ovvero sigle dal contenuto tutto da verificare in termini di adesioni e sostanza.

Invece, io credo, che la serietà sta nel mettere sul tavolo delle rivendicazioni quelle tematiche che sono ataviche e pregiudizievoli nei confronti di chi fino ad oggi si è dovuto barcamenare tra una giungla di norme e comportamenti mai mitigati da una seria analisi scevra da facili determinazioni dirigenziali, che rimandano sempre i malcapitati a ricorrere a lunghi contenziosi giudiziari, per l’appunto in mano a studi legali che macinano centinaia di migliaia di euro.

Perchè prerogativa del fare sindacato è evitare proprio questo, cioè mettersi a tavolino e con la forza del riconoscimento giuridico dello strumento sindacale, far ragionare la controparte sugli effetti di alcuni comportamenti, che inevitabilmente vanno ad influire sulla vita professionale e quella familiare dei lavoratori, ivi incluso il trattamento economico e qui serve sapere cosa si deve dire e dove si vuole arrivare.

C’è un lavoro da fare che non può essere lasciato all’estemporaneità di chi pensa di aver trovato il cavallo di troia per affermare la propria visibilità, l’esaltazione di se stesso, proponendo slogan facili quanto inutili.

Così l’ex delegato COCER che si fregia di aver fatto battaglie spesso riconducibili al proprio entourage o alle proprie condizioni, altro non è che la denuncia della sua incapacità a rappresentare una molteplicità di problematiche, quindi incapace a risolverle e a proporre soluzioni percorribili utili alla categoria di appartenenza ma più in generale ad un mondo sottoposto a restrizioni di rango costituzionale; praticamente un pessimo rappresentante COCER e un altrettanto inutile rappresentante sindacale.

Così anche chi, per effetto di una carica presidenziale in capo ad una associazione che magari ha promosso e vinto una battaglia come quella del riconoscimento del diritto sindacale ai militari italiani, si arroga diritti che non ha, paventando ipotesi sindacali basati sul proprio ego, senza soppesare le conseguenze che il suo comportamento potrebbe generare sia tra gli appartenenti al mondo militare, sia in quello politico con cui inevitabilmente ci dobbiamo confrontare.

Anche questo è un pericolo che dobbiamo arginare con il buon senso e con le regole che ci vorremmo dare in questa epocale svolta. Bisogna mettere al sicuro dai condottieri dai facili slogan il grande risultato raggiunto con la pronuncia della Corte Costituzionale, neutralizzare zelanti urlatori vuol dire acquisire credibilità da spendere in futuro.

Andare a fondo, capire con chi abbiamo a che fare, come esprimono o riescono ad esprimere le rivendicazioni di coloro che dovrebbero tutelare, dovrebbe essere il primo passo per segnare con un punto fermo e sostenibile, la credibilità di chi metteremo a capo di un sindacato militare.

E poi vogliamo parlare dell’etica delle persone? Della loro moralità e del loro integerrimo comportamento utile ad essere credibile e spendibile nei confronti di chi poi dovrebbe legiferare in merito alle problematiche che si esporranno nei vari tavoli delle trattative? Mettereste mai una persona condannata per diffamazione? Io penso di no, almeno lo spero.

Chi dovremmo mandare a rappresentarci, è quindi la domanda del momento al quale dare una risposta, pena una perdita di credibilità difficile da recuperare e con il pericolo che l’apparato gerarchico funzionale delle forze armate e delle forze di polizia ad ordinamento militare, potrebbero risultare decisamente più credibili ed affidabili dei facebbokkiani, che lanciano anatemi senza soluzioni. Il “do coglio coglio”, nelle relazioni sindacali non regge.

Questo è il tempo per decidere se farci traghettare dall’altra parte della sponda da un trafficante di vite, oppure da un’organizzazione seria che ci dia le basi e le capacità di poter e saper rappresentare. Insomma dobbiamo andare a scuola di sindacato, non affidarci allo stregone di turno, alle facili promesse e diffidiamo di coloro che con grande facilità vorrebbero fondare un sindacato basato sulla loro visibilità, senza aver mai parlato di problematiche con cognizione di causa e senza mai aver elaborato una piattaforma contrattuale, rischiamo di cadere nel ridicolo e bollati come tali.

Cosa che immagino non vorrebbe nessuno di noi.

Giuseppe Pesciaioli

 

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