Gen. Fabio Mini risponde -all’integralista pro F 35-Gen. Camporini:“pensi alla realtà“–“di quale giaguaro sono amici certi generali?”–Si toglie. taglia al personale per dare a industrie

A cura di Assodipro 
Difesa, F35 e spesa militare. Fabio MINI  risponde a Camporini tramite il Nuovo giornale dei Militari 
sabato 29 marzo 2014  Al Direttore Il Nuovo Giornale dei Militari  
Gentile Direttore, 
un paio di giorni fa il generale Camporini è intervenuto su Huffington Post on line per muovere dure critiche ad alcune paginette di conclusione dell’indagine conoscitiva del PD sui sistema d’arma italiani. Per un commentatore che diceva di non conoscere il testo della relazione la puntigliosità delle osservazioni mi è sembrata eccessiva. Ma per me, che non conosco la relazione e che ho forti perplessità su quel poco che si riesce a capire dal documento, le argomentazioni di Camporini sono preziose: offrono lo spunto per riflessioni altrettanto appassionate, ma leggermente diverse dalle sue. Tralascio ogni commento sugli aspetti formali e gli svarioni del documento del PD segnalati in rosso e blu dal maestro Camporini. Sono talmente evidenti e inconsistenti da rendere ingenerosa ogni ulteriore menzione. Tralascio anche il commento alla sostanza del documento: lo trovo nebuloso e ambiguo, volutamente politichese da non compromettere nessuno e e scontentare tutti. Aspetto di vedere l’intera relazione e capire il percorso concettuale e metodologico che ha permesso di arrivare a quelle conlusioni. Forse non tutto è da buttare e comunque non si può escludere che il dibattito parlamentare non lo faccia a pezzi, grazie anche al “tempestivo” intervento di Camporini. Ed è questo che a me interessa: puntualizzare alcuni aspetti dei commenti di un militare di vertice che non è stato e non è parte indifferente del processo che ha portato le nostre forze armate alla situazione attuale. Penso che questo possa interessare anche i suoi lettori…..
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Camporini osserva che la “tendenziale riduzione” della spesa militare è partita da un decennio. E’ vero, ma è cominciata male, senza alcun serio progetto di costruzione e all’insegna degli interessi privati. E per questo sta andando peggio. Egli contesta vivamente la critica che la materia militare sia “tradizionalmente opaca e gelosamente custodita da istanze e saperi tecnici e specialistici” e accusa i politici di non aver prestato orecchio alla sua ricerca di dialogo. Vorrebbe che la responsabilità della mancata comunicazione fosse almeno equamente condivisa. Sono d’accordo, ma la condivisione va ricercata nel nostro ambito militare. Dobbiamo finirla di addossare ai politici colpe che partono dal nostro mondo. Anche quando Camporini era in servizio non mancavano gli yesmen e coloro che fornivano appoggi alle più oscene delle richieste. Ha fatto comodo a molti avere politici senza occhi e orecchi. Un documento come il concetto strategico del 2005 non avrebbe mai visto la luce se ci fossero stati un ministro attento e un parlamento interessato alla sicurezza nazionale invece che agli affari delle industrie e alle poltrone post-servizio. L’unica cosa che rendeva strategico tale documento era la lista della spesa che le varie ipotesi d’impiego tendevano a giustificare. 

Camporini dice giustamente che parlare di fucili e granate è una concezione da prima guerra mondiale. Vorrebbe parlare di connettività, di “sergente strategico”, ecc. E’ vero che dobbiamo ripensare il soldato moderno, ma questo non deve diventare una scusa per ignorare che al di là di tutte le sofisticazioni abbiamo a che fare con uomini e donne, in carne ed ossa, con famiglie, con responsabilità più grandi di loro e autorità che non abbiamo mai né decentrato né delegato. A questi uomini diamo ancora elmetti, granate e giubbotti anti proiettile approvvigionati con gare d’appalto al ribasso. Mentre teniamo una parte del cervello orientata ai sogni, pensiamo alla realtà. Camporini e il PD si trovano d’accordo su una doppia linea di aerei F.35 e EF. Io non lo sono affatto, specie se questo approccio deve condurre ad altre spese, sprechi e contratti capestro. E poi la domanda è sempre la stessa: una linea, due linee, cinque linee per fare cosa? Contro chi? Non è più credibile tenere in piedi lo spauracchio della minaccia incerta, dell’imprevedibilità, dei rischi latenti per giustificare tutti gli strumenti immaginabili e soprattutto costosi. Se il rischio per la sicurezza è concreto e le risorse non sono disponibili bisogna alzare il livello di rischio accettabile. Lo devono sapere tutti, ma in modo chiaro e senza ripercorrere la strada della strategia della tensione. Come abbiamo fatto da soli a casa nostra e al seguito di altri a casa altrui. 
Camporini contesta tutta la disquisizione sulla versione “attacco al suolo” del Typhoon. Anch’io. Lui però, a proposito del giocattolo nazionale F.35, parla di ritorni industriali già garantiti dalla “competitività stimolata dalle peculiari condizioni contrattuali” e penso che abbia voglia di scherzare. La competitività è virtuale e largamente mistificata. Dice che si finge d’ignorare che le problematiche tecniche sono del tutto fisiologiche e richiama alla mente “la fatica fatta con l’Eurofghter … e non si è ancora finito!”. Ma forse lui non ricorda che le critiche mosse a suo tempo all’EFA erano della stessa natura di quelle odierne nei riguardi dell’F35, e se non siamo ancora fuori dai guai di quel programma, come pensiamo di avviarne un altro ancora più costoso e aleatorio? Penso che sia lui a fingere d’ignorare che esperti veri come quelli della Rand hanno già parlato di clamorosi fiaschi tecnici, che i costi del programma F.35 hanno già superato i limiti di legge americani per la riappropriazione del programma. 

Camporini dice ironicamente di essere curioso di capire quale altra soluzione di aerei a decollo corto sia possibile visto che “non esiste sul mercato alcuna alternativa all’F35B”. Anch’io sono curioso di sapere come mai ci siamo ficcati in programmi “senza alternative”. Che senso ha parlare di competitività se non c’è nessun competitore? Come mai la competizione è stata soppressa? E come mai il Canada preferisce ritirarsi dal programma piuttosto che sottostare allo stratosferico incremento dei costi mentre noi continuiamo a pagare? I canadesi sanno qualcosa che noi non sappiamo o siamo noi a voler nascondere qualcosa? Siamo al punto (inavvertitamente messo in evidenza dal già ministro Mauro) che dobbiamo comprare gli unici aerei disponibili sul mercato perché “sennò che senso avrebbe aver speso già 3,5 miliardi per la Cavour?”. Già, me lo chiedo anch’io, visto che sapevamo benissimo che la nave ammiraglia era un lusso che non potevamo permetterci nemmeno a bilanci pieni. E così per giustificare un vistoso errore concettuale e programmatico, ne aggiungiamo altri due. Oggi siamo pronti a sobbarcarci altri debiti e comprare un aereo al modico prezzo cadauno di 300 miliardi del vecchio conio (che potrebbe essere anche il prossimo) mentre i piloti non riescono a mantenere il livello di ore di volo minimo per un paese che pretende di essere protagonista della sicurezza internazionale. Camporini ripropone, inoltre, il ritornello marinaresco che per fare le manutenzioni alla Cavour che la renderebbero indisponibile per lunghi periodi, avremo bisogno di tenere in servizio il Garibaldi e anzi di adeguarlo e ammodernarlo. Altri miliardi. Camporini dovrebbe ricordare che l’impegno programmatico di costruzione del Cavour prescriveva la radiazione del Garibaldi. Non era un’opzione, ma un impegno. Ora vogliamo mantenere due portaeromobili di cui uno con aerei vecchi e uno senza aerei. Ma di quale giaguaro siamo amici? Camporini si dilunga sulle questioni tecniche aeronautiche. Fa bene, ma in questo momento la logica del “tecnico” non è utile. Quando avremo i soldi e una visione chiara e condivisa delle esigenze di sicurezza, quando sapremo quali forze armate ci servono per stare in Europa, con l’Europa, per l’Europa, per i nostri interessi politico-strategici e per la nostra dignità nazionale, chiameremo i migliori tecnici e ci faremo aiutare a scegliere aerei e navi. Potremo prendere i migliori sistemi d’arma sul mercato a prezzi più vantaggiosi e di certo più adatti ai compiti che ci saremo assegnati. Questo non è il momento per disquisire di rivetti e bulloni, ma di rendere un servizio esemplare al paese. Esemplare vuol dire dare l’esempio di onestà intellettuale prima di tutto e poi di razionalità e, non ultimo, di saper essere gestori della cosa pubblica: quelli che una volta si diceva dovessero amministrare come il “buon padre di famiglia”. Purtroppo, non è in questo senso che muove la plurima contestazione di Camporini. Non tratta nessuno dei veri problemi della sicurezza, eppure non può essergli sfuggito che il documento del PD viene anticipato nel momento in cui il governo del PD annuncia tagli orizzontali alla sicurezza e rimanda ad un salvifico libro bianco tutto da pensare. Il promotore dei tagli, sostenuto dal ministro della difesa, sta quindi operando al buio: senza che nessuno sappia quale sicurezza interna ed internazionale si vuole realizzare. Esattamente come ha fatto il parlamento nella sessione di approvazione dei finanziamenti alle missioni. Tanta retorica, ma nessuna prospettiva concreta: si torna, si resta, dove, e a far che cosa? Non importa: totale 600 milioni di euro, già spesi. Le trovate del nuovo governo a proposito dei tagli alla sicurezza sono boutades immorali. Vendere caserme? Magari, ma non ne abbiamo più: le abbiamo già cedute al demanio che non riesce né a mantenerle né a piazzarle. Vendere le auto blu? Benissimo e anche quelle grigie. Tramite e-Bay? Mi vien da piangere. Perché le vendite on-line hanno finito da un pezzo di essere un mercato libero e perché il successo di e-bay sta nelle “occasioni a prezzi stracciati”: l’occasione, questa volta, è una parte di patrimonio pubblico, che viene alienato. Per giudicare il reale ritorno finanziario di queste operazioni di pronta cassa bisognerà vedere la differenza tra prezzo di vendita e prezzo di assunzione in carico. Solo così sapremo se abbiamo guadagnato qualcosa o se abbiamo soltanto depauperato il patrimonio dello stato. C’è poi l’aspetto criminale che nelle alienazioni e nelle aste pubbliche è sempre presente e che poi, dopo, fa scoprire corruzioni, concussioni, abusi d’ufficio, turbative d’asta, insider trading e miracolosi acquisti “all’insaputa”. Bisognerebbe perciò sapere chi s’incarica della vendita degli immobili e delle automobili e dei prezzi da praticare, sperando che non sia la solita camarilla o la srl o Scip creata appositamente in Olanda con capitale sociale di cento euro. O un’altra agenzia affidata ad un esoso manager di stato che poi si scoprirà essere “parente”. Vendere gli alloggi militari a quelli che ci abitano? Altra perdita di patrimonio!  Ridurre le Forze a 150.000? E perché non a 75.000? Qual è la logica dietro al numero? Perché vogliamo continuare ad illudere coloro che arruoliamo e a cacciare a pedate quelli che abbiamo già addestrato per mantenere dei numeri razionalmente ingiustificati ? Non sono solo incoerenti con le risorse, ma soprattutto con le esigenze operative, con la minaccia che non c’è, con il nanismo politico nazionale che si tenta di compensare con 150.000 uomini alle armi. Capisco bene che i numeri hanno un loro peso: ma dobbiamo essere i primi a rifiutare la logica del numero degli uomini che bisogna tenere alto in modo da tenere alti i numeri dei carri armati, delle navi e degli aerei. Vogliamo essere tra i primi nella Nato? E allora ricordiamoci che non siamo più dodici o sedici partners: siamo 28 e se ciascuno contribuisse in maniera equa (in relazione a quale parametro? Il Pil, la posizione geografica, la ruota della fortuna), senza pretendere di fare tutto da solo e senza pretendere di scimmiottare gli americani che hanno ben altri interessi e responsabilità, potremmo essere tra i primi con uno strumento calibrato su 50.000. Subito? No, gradualmente e senza mortificare o impoverire in maniera surrettizia il personale. L’organizzazione del personale è un investimento a lungo termine e non un escamotage per immorali e fittizi tagli al bilancio. Immorali perché si tenta di colpire le fasce più deboli e fittizi perché ciò che si taglia nella difesa si carica su altri settori. Vogliamo essere tra i primi in Europa? Stesso discorso, con la variante che l’Europa non ha una politica di difesa e comunque ha bandito dal continente la guerra: lo dice il premio Nobel per la pace ricevuto dall’UE. Questo significa che le esigenze qualitative e quantitative dell’UE in campo militare sono di gran lunga inferiori a quelle della non-equa distribuzione in ambito Nato. A questo proposito, il nostro stesso rapporto con la Nato va rinegoziato. L’alleanza atlantica è stata già messa in discussione dagli Stati Uniti. Ciò che vogliono veramente è un’Europa geograficamente più estesa e politicamente più debole. Un’Europa non degli stati, ma delle “regioni” (ce ne sono quasi duecento) funzionale ad una vasta area di cosiddetto libero scambio (TTIP) in cui l’unica libertà è quella della giungla: il più forte vince. E noi siamo comunque perdenti. L’Europa autonoma e sovrana, con una propria capacità d’intervento in materia di politica estera e di sicurezza non deve nemmeno essere pensata. La Nato ha perfino fatto propria la deterrenza nucleare che riporta in casa nostra l’incubo dell’atomica. Gli ex paesi dell’est, sostenuti dagli Stati Uniti e dalle lobby private, ormai ricattano l’Europa dei vecchi paesi e sono i veri detentori della trappola esplosiva in cui far cadere il continente. E noi stiamo ancora discutendo di un fantomatico battle group europeo. Se qualcuno propone di rinegoziare il Fiscal compact, il debito pubblico o la stessa adesione all’euro, io propongo di rinegoziare anche la sicurezza europea reclamando un ruolo più dignitoso di quello finora svolto di “lavapiatti” e una ripartizione delle responsabilità a 28 e non a quattro com’è attualmente. Per questo abbiamo bisogno di un chiaro modello di difesa e sicurezza. Un modello da perseguire con i partner e se non ci stanno, da soli, fissando come obiettivo da raggiungere uno strumento minimo che anticipi l’integrazione e ottimizzi le risorse. 
In merito alla ripartizione percentuale delle risorse fra esercizio, ammodernamento e investimento il documento del PD parla del “paradigma 50-25-25”, totalmente ignorato da Camporini. Si vede che gli va bene, ma è una castroneria concettuale e un trucco per togliere al personale e al funzionamento di ciò che si ha (da 66 a 50%) per dare più soldi alle industrie (25+25%). Senza un chiaro modello di arrivo e un chiaro percorso temporale ogni paradigma è fasullo: se l’obiettivo è uno strumento tecnologico la ripartizione percentuale potrebbe essere 10-50-40, se è uno strumento ad alta specializzazione umana potrebbe essere 80-10-10. Ogni numero sparato senza modello di riferimento è fumo negli occhi. Dobbiamo finirla (noi militari) di fare i portatori d’acqua alle avventure politiche. E anche di assecondare le istanze  o le ambigue operazioni finanziarie che ci impongono ancora una volta di sostenere le industrie di stato (vere o presunte) proprio nel momento in cui devono essere privatizzate, come il piano Marina Militare- Fincantieri. Ci prestiamo soltanto a trucchi contabili dei quali beneficeranno i soliti noti che prenderanno a prezzi stracciati dei complessi industriali di stato con le commesse assicurate per un ventennio dai bilanci pubblici. I soliti noti non dovranno consumarsi le suole andando in giro per il mondo a piazzare i nostri prodotti. Non dovranno competere con nessuno: basterà stare in poltrona e passare all’incasso. Eviteremo così la cassa integrazione dei lavoratori andando noi in cassa integrazione, con gli esodi, gli scivoli, con il blocco degli stipendi, la decurtazione dell’addestramento, la riduzione delle ore di volo o di moto dei mezzi, l’innalzamento del rischio personale e il maggiore disagio dei dipendenti e delle loro famiglie. Con questo criterio, quando il programma di beneficenza sarà terminato, i grandi manager spariranno con le loro vergognose buonuscite e tutti noi ci troveremo allo stesso punto di prima. O peggio. I lavoratori vanno protetti, ma hanno bisogno di manager che trovino commesse all’estero e portino in Italia un flusso di denaro fresco. O che sappiano stimolare i consumi interni senza asfissiare il patrimonio pubblico. Siamo stufi di dirigenti privati e pubblici, in divisa o in frac, che sanno soltanto mungere e fare comunella con le segreterie politiche. Questo anche Camporini lo sa, ma non lo dice.   

Cordialmente
Gen. (R) Fabio Mini

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