La guerra dei droni: i troppi morti veri delle battaglie virtuali . Di Toni De Marchi

Di Toni De Marchi 
È straordinario come basti che un qualsiasi politico appena più garrulo del solito pronunci la parola magica che in televisione, sui giornali, su Internet si scateni la canea dei ripetitori impenitenti e purtroppo impuniti. 
Impuniti perché il ripetitore seriale di ovvietà o di stupidaggini genera a sua volta una valanga di imitatori, uno peggiore dell’altro
E alla fine nessuno sa chi abbia iniziato e tutti seguono come i famosi topi del pifferaio di Hamelin. Con questa storia delle barche che portano ondate di disperati in fuga c’è solo l’imbarazzo della scelta delle parole sbagliate e inutili o usate a vanvera, ma blocco navale e drone battono tutte
Con drone che vince di gran lunga sia nelle preferenze dei ripetitori seriali che nell’entità delle stupidaggini che riesce a generare. Naturalmente il novanta per cento di chi dice drone non sa di cosa parla. A cominciare dalla parola stessa che ormai è stata acquisita nel linguaggio comune dell’englitaliano per cui si legge “drone” come è scritto e diventa “droni” al plurale. Ce ne faremo una ragione, anche se mi riesce ancora difficile capire perché una lingua come la nostra che ha 183.594 parole registrate nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (senza contare quelle contenute negli aggiornamenti del 2004 e del 2009) debba andare a farsene prestare di nuove dagli inglesi che nel loro Oxford English Dictionary  ne registrano “appena” 171.476. 
Comunque. Nel racconto fantastico di politici arruffoni e giornalisti approssimativi il drone, assurto a feticcio, ha due caratteristiche: può fare tutto ma soprattutto èinvincibile e non sbaglia un colpo. La vulgata lo immagina capace di sminuzzare i barconi come fosse una versione contemporanea del Teleforce di Nikola Tesla
Ci sono cento barconi da distruggere? Zack, zack e bi-zack. Pulvis es et in pulverem reverteris. Naturalmente chi ci fornisca i mitici droni non si sa. L’Italia, che è uno dei primi e maggiori operatori europei di Uav (Unmanned Aerial Vehicles) o Apr (Aeromobili a pilotaggio remoto) nella vulgata italiana, ne ha dodici rigorosamente disarmati non perché siamo pacifisti (che stupidaggine!) ma perché gli americani non ci danno il permesso di montarvi le armi. Gli inglesi lo possono fare, noi no. Essere alleati dà dei vantaggi che non sono necessariamente estesi ai maggiordomi anche se li fanno accomodare nello studio ovale e gli si rivolgono con un confidenziale “Matteo”. Ma ammettiamo per un momento di averle queste armi. Parliamo dei missili Hellfire, nati come controcarri lanciati da elicottero, hanno trovato una seconda vita riciclati come cancellatori di alqaedisti/jihaddisti da bordo degli Uav americani e inglesi. Se li avessimo e li potessimo sparare contro i barconi si porrebbe subito un bel problema. Quanti ce ne vogliono? Quanto ci costerebbero? Ammettendo che ogni tiro sia un centro (neppure Guglielmo Tell sarebbe sicuro di fare cento centri con cento colpi) parliamo di decine, forse centinaia di missili. Barconi, barchette, gommoni, pescherecci: ne salpano decine al giorno e non solo dalla Libia. E ogni missile costa quasi 6700 dollari, non proprio bruscolini………… 

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