Quando la Rappresentanza dei Militari non è SINDACATO GIALLO. Delibera delle “mosche bianche” del CoBaR Aeronavale GdF. Da Diritti e tutele che mancano, al tema SUICIDI di militari e carabinieri

Assodipro Roma 
Tra i primi ad usare il termine Sindacato Giallo per quanto riguarda  l’attuale sistema di rappresentanza dei militari, formato da CoCeR, CoIR e Cobar, ci siamo noi di Assodipro. Certo è che è una  facile definizione che possono fare quelli  che conoscono, anche appena in modo sufficiente, i temi della Difesa inerenti al personale. Aggiungiamo che è una definizione doverosa di fronte alla realtà di uno strumento pagato dal datore lavoro, Ministero Difesa – Stato ( 4 milioni di euro anno ), non automono, gerarchizzato e interpretato senza il minimo spirito sindacale di tutele e diritti per tutti. 
In tale desolante quadro di mancanza di diritti e tutele sindacali veri, a dispetto anche di sentenze della Corte Europea dei Diritti, si inserisce una delibera stile “ mosche bianche “
Mosche bianche, ovvero una parte di organismi di rappresentanza militare che, unita a singoli delegati di vari organismi, non si vuole sentire e non vuole essere un sindacato giallo pagato per fare da megafono all’ amministrazione, chiede diritti sindacali ed elabora documenti molto interessanti. In questa delibera del CoBaR Aeronavale della GdF , non nuovo ad elaborare documenti interessanti e approfonditi, che vi proponiamo, avente in oggetto : “ACCRESCIMENTO DELLA CULTURA GIURIDICA DEL PERSONALE – Proposta di riforma della giustizia amministrativa militare”, traspare uno stile che si adatta perfettamente ad un modello sindacale di rappresentanza. Nel documento si chiede alle autorità di Governo, di aprire un dibattito parlamentare finalizzato al varo di una riforma che preveda che tutta la giurisdizione del pubblico impiego e segnatamente quella delle forze dell’ordine sia attribuita al suo giudice “naturale”, il giudice ordinario del lavoro. 
Tra le altre cose nel testo della delibera leggiamo : “Pare che oggi la pubblica Amministrazione faccia una gran fatica a “mantenere la legalità”. Un ennesimo allarme è stato lanciato qualche mese fa dall’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (Uif) – istituito presso la Banca d'Italia – che ha dichiarato: «La Pubblica Amministrazione è un “cono d'ombra” dove le operazioni a rischio corruzione riescono a passare sotto silenzio». Pochi giorni prima c’era andato giù pesante anche il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, che aveva dichiarato: «le persone “perbene”, oneste e con senso civico non riescono a fare carriera all'interno della pubblica amministrazione. Spesso vengono emarginate proprio perché hanno un'etica del lavoro». In Italia la corruzione nelle pubbliche istituzioni ogni anno costa ai contribuenti circa 60 miliardi. – il livello di corruzione negli ultimi due anni è aumentato “molto” nel 45% dei casi ed è aumentato “un po’” per il 19%; la corruzione rappresenta un grave problema per il settore pubblico nel 61% dei casi; vengono avvertite come corrotte/molto corrotte le seguenti categorie: partiti politici (89%), Parlamento (77%), militari (25%), ONG (26%), media (45%), imprenditori (52%), sistema scolastico (29%), giustizia (47%), medici e servizi sanitari (54%), forze di polizia (27%), pubblici ufficiali e funzionari pubblici (61%).
«Secondo quanto diramato dallo stesso Ministero della difesa, in Italia viene respinto il 95 per cento dei ricorsi proposti dai militari. Questo dato, già in sé allarmante ed anomalo, deve essere valutato considerando che nel 5 per cento dei ricorsi accolti sono compresi quelli puramente strumentali, proposti cioè per accedere ad atti amministrativi, per obbligare l’amministrazione a rispondere ad istanze o per chiedere l’ottemperanza di una sentenza. 
Non è questa la sede, ma sarebbe interessante verificare se esista una qualche relazione tra una così alta percentuale di ricorsi respinti e il fenomeno dei suicidi militari. Il problema non è di poco conto, dal momento che negli ultimi dieci anni si sono tolti la vita ben 500 cittadini in divisa. Il fenomeno appare in tutta la sua drammaticità se solo si considera che il tasso di suicidi tra poliziotti, carabinieri e finanzieri è circa tre volte più alto rispetto alla media nazionale
Significative, allo scopo, sono le dichiarazioni del Co.Ba.R. Carabinieri Calabria: «si vuole sempre far credere che i motivi che inducono a tali gesti vengono attribuiti o riguardano problemi di carattere personale, forse per evitare che vengano cercati dove realmente si nascondono. Non si può pensare che una percentuale così alta di suicidi sia riconducibile esclusivamente a meri problemi personali, tanto per distogliere l’attenzione sulle vere cause». 
Meriterebbe, inoltre, un serio approfondimento la circostanza che in alcuni casi di suicidio militare i parenti della vittima non vogliono la partecipazione ai funerali dei superiori del corpo di appartenenza. Il dato dei suicidi militari, di per se allarmante, si ritiene sia addirittura sottostimato dal momento che il dato nazionale ricomprende anche i suicidi dei depressi, dei patologici e dei malati di mente che mai avrebbero potuto superare gli assai rigidi e selettivi test psicoattitudinali di accesso ai corpi militari e di polizia.   
Il mondo militare, tanto noto quanto ignoto, ha un assetto ordinamentale unico nel panorama costituzionalistico; per la sua peculiarità, può essere definito un micro-Stato annidato in seno allo Stato democratico. In pochi conoscono veramente come si articolano al suo interno l'esercizio del potere e che doveri (e diritti) vi sono per coloro che vi fanno parte. 
Ordini di trasferimenti, progressione di carriera e provvedimenti disciplinari: tre aspetti della vita professionale di un militare che, sinergicamente combinati, hanno il potere di piegare la sua volontà e di trasformarlo in vassallo; di provocare, cioè, una mutazione genetica dell’istituto dell’obbedienza militare. Stando così le cose, siamo proprio convinti che il pubblico interesse si realizzi attraverso un’amministrazione, per così dire, “duttile” della giustizia amministrativa militare? 

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