Per arrivare, l’équipe medica (che assiste i militari ma ha un ruolo determinante, e altamente solidaristico, per i civili del luogo) ci può mettere quasi un’ora. Forse di più se la strada è appesantita dal fango, buche, sassi. Se è notte. Se un compagno del ferito conoscesse le regole base del primo soccorso, se sapesse come fermare l’emorragia, se fosse in grado di steccare in modo corretto una frattura e se fosse stato preparato a mettere una flebo sicuramente preparerebbe al meglio il malato prima di consegnarlo alle mani del medico. Arginerebbe la perdita di sangue, eviterebbe movimenti pericolosi, metterebbe il compagno in condizioni da ridurre in modo serio le conseguenze dell’incidente.
Molte volte potrebbe anche salvare una vita.
Per questo, perché tutto ciò si trasformi presto in realtà, i ministeri della Difesa e quello del Welfare, Salute e Politiche sociali hanno firmato un protocollo di intesa per dar vita alla figura del “Soccorritore militare”. Non è un infermiere, non è il vecchio aiutante in sanità della Prima Guerra, non è un paramedico. Ma è un militare che, oltre ai soliti compiti, ha anche quello di soccorrere i compagni fino al momento in cui arriva il personale sanitario. Una scelta volontaria, un corso di addestramento che dura oltre un mese organizzato dallo Stato Maggiore della Difesa, Ufficio Generale della Sanità. Tutte le Forze Armate coinvolte nel progetto. Entro l’anno i primi soccorritori militari formati. L’autorizzazione ad intervenire in caso di necessità è limitata alle missioni all’estero ed è valida solo in ambito militare. Non tra i civili.
«Negli ultimi anni – spiega il Colonnello medico Enzo Liguori, Ufficio Generale della Sanità Militare e responsabile per le Relazioni internazionali – si è assistito ad un radicale mutamento degli scenari operativi. Sono aumentati gli attacchi improvvisi, sporadici condotti anche da singoli o poche unità. Ma, purtroppo, con un alto coefficiente lesivo. Da essere classificati come atti di terrorismo o guerriglia urbana. E’ importante intervenire nei primi dieci minuti del ferimento. Si è riscontrato che la causa principale di mortalità, conseguente all’attacco, sia stata l’emorragia non o mal controllata. Questi quadri rientrano in quella quota di decessi che vengono identificati come “morti evitabili”. Una cifra che ammonta a circa il 20% dei casi totali».
Il soccorritore, dunque, al momento della missione, porterà con sé una valigetta ad hoc: per contrastare uno shock, per ridurre il dolore, fermare l’emorragia e capacità di agire nei primi dieci minuti. Per salvare una vita.
di Carla Massi (ilmessaggero.it)
Giuseppe Seviroli
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