Abemus Papam. La Rappresentanza Militare al rinnovo dei Delegati.

Dopo 6 lunghissimi anni e come da prassi consolidata della proroga parlamentare agli Organismi della Rappresentanza, sono in atto le votazioni per l’elezione del XII mandato, forse l’ultimo.

All’alba della pubblicazione della sentenza della Corte Costituzionale sul diritto di associazione sindacale per i  militari, questo era l’unico argomento legittimo e sacrosanto per aspettare e sollecitare il Parlamento a legiferare in fretta sul diritto sindacale, mettendo definitivamente la parola fine ad uno strumento gerarchicamente ordinato, gerarchicamente strutturato e assurdamente costoso ed inefficiente.

La Rappresentanza Militare l’11 luglio 2018, compie 40 anni, compiuti senza mai maturare, come un eterna adolescente, che non arriva mai all’età della ragione, quell’età che ci fa vedere il mondo con un senso di responsabilità, che ci fa fare scelte più oculate, ragionate, calibrando la necessità con la possibilità.

Quello che si è notato in queste elezioni sono alcuni aspetti che fanno riflettere e non poco sul livello di conoscenza effettiva delle problematiche in capo al personale militare, i nuovi candidati, fatta eccezione per pochissimi, sono completamente digiuni sia di come funziona la Rappresentanza, sia come poter risolvere, e quindi prospettare, una qualsiasi soluzione.

Si è assistito ancora una volta, l’ultima si spera,  ad una propaganda elettorale, più che propensa ad una disamina delle problematiche e delle varie ed eventuali soluzioni, ad una enfasi dettata da una sorta di grido di battaglia spogliato di veri ideali e obiettivi o traguardi da raggiungere; nei discorsi sono emersi come sempre la famigerata unione delle categorie, la lamentela del trattamento subito sul riordino, il mancato riconoscimento del ruolo e tanto altro.

Alla fine comunque si è votato come sempre, l’amico, se stessi, o chi ti ha strappato una promessa.

Tutto ciò a pochi giorni da una sentenza che concede il diritto fondamentale per tutti i militari  di poter costituire un sindacato libero e svincolato dal controllo gerarchico.

Invece pare di capire che siamo in piena sindrome di Stoccolma.

Il soggetto affetto dalla Sindrome di Stoccolma, durante i maltrattamenti subiti, prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice.

Così, avendo gli strumenti per emanciparsi da tale condizione, il prigioniero attua a proprio svantaggio le potenzialità che ha, per ricostruire esattamente le stesse dinamiche che lo hanno oppresso, scegliendo tra le varie possibilità, la sola che lo costringe a ripercorrere le stesse strade e ritrovarsi nella stessa condizione; quasi a dire che in fondo lamentarsi è terapeutico, trovare qualcuno a cui addossare la colpa è l’espiazione stessa della pena che devono scontare, ovvero una sudditanza psicologica e strumentale al servizio di una autorità tale solo per mandato consapevole di chi la concede.

Quindi la qualità del Rappresentante diventa inversamente proporzionale alla capacità di saper affrontare e prospettare soluzioni.

Scarse competenze, basso livello culturale e nessuna esperienza, sono alla base della scelta dei gradi intermedi e bassi della gerarchia, mentre l’autorità già dominante, mette in campo pezzi da novanta in ogni ambito in modo tale, che se non passa uno da una parte, ne passerà sicuramente un’altro dall’altra.

Così si riproducono esattamente le stesse dinamiche che andrebbero invece combattute, un generale a capo della Rappresentanza, un generale a capo del dicastero a cui si dovranno chiedere soluzioni, in una sorta di gioco al ribasso, ovvero mettere a capo delle categorie più basse persone che hanno dimostrato interessi personali o non sono in grado di contrastare con argomentazioni le scelte contrarie e sfavorevoli. Un paradosso, un teatrino dell’assurdo.

La cosa preoccupante che forse non si è capita, è che questa rappresentanza dovrà traghettare il sistema attuale in uno nuovo.

Per fortuna che questo universo così assurdo e paradossale, fine a se stesso, viene contrastato da persone che attraverso le associazioni di volontariato, cercano di portare avanti una battaglia fatta di sacrifici e rinunce per l’affermazione di alcuni diritti. Diritti che poi ne usufruiranno anche coloro, che pur non rendendosi conto, avvallano e sostengono la negazione del diritto di essere tutelato, candidandosi senza avere cognizione di causa di cosa vuol dire tutelare la categoria.

Un sonno della ragione, un loop mentale dal quale si può uscire solo intervenendo dall’esterno con una passione dettata solo dalla voglia di giustizia ed equità.

La Rappresentanza Militare è come nuotare in un bagno di melassa, essere circondati da tanta dolcezza e gentilezza, o da svenevolezze e moine, da sentirsene nauseati.

Per chi vive di simili beatitudini senza avere ideali e traguardi da raggiungere anche a discapito di se stessi ma a vantaggio di tutti, non c’è condizione migliore di questa.

Restare al fianco del “carnefice” solo per non esserne la vittima, lasciando a Polifemo la possibilità di fare una grande abbuffata degli altri.

Riordino e parametrazioni, indennità di straordinario, incarichi dirigenziali senza dirigere, aumenti stipendiali non equi, indennità operative e liquidazioni da capogiro.

Dopo 40 anni di rappresentanza militare e gli ultimi 20 anni diretta e gestita da generali, questo è il risultato raggiunto.

E l’ultimo mandato non si discosterà dagli altri.

 

 

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