I MILITARI DEVONO RIAPPROPRIARSI DELLA LORO RAPPRESENTANZA.

PERCHE’ LA SUA PROROGA HA A CHE FARE CON GLI STIPENDI, PENSIONI, TRASFERIMENTI E, PIU’ IN GENERALE, CON LA CONDIZIONE LAVORATIVA – di Gianluca Taccalozzi

In questi giorni imperversa suoi siti e sugli organi di informazione specializzati la questione relativa all’ennesima (sarebbe la terza) proroga del X mandato della rappresentanza militare, bocciata alla Camera con il parere negativo del Governo ed ora in discussione al Senato nel c.d. “decreto milleproroghe”.
Nella convinzione che il Governo e le forze politiche che alla Camera hanno manifestato la contrarietà alla proroga non cambino posizione, magari dopo trattative “sottobanco”, è utile fare qualche piccola riflessione sui deleteri effetti che le proroghe di uno strumento elettivo di tutela e rappresentanza del personale possono causare.
Il dibattito sulla proroga è serrato e caratterizzato anche da toni e contenuti non di rado al di sopra delle righe, ma sembra interessare solo i delegati e qualche singolo politico, mentre non si registra lo stesso interesse tra il personale militare. Come se la questione avesse riflessi solo e soltanto sui delegati.
Una situazione paradossale ed, a prima vista, incomprensibile, che trova spiegazione nei difetti strutturali dello strumento rappresentativo e nella disinformazione che caratterizza i lavoratori con le stellette in ordine al proprio rapporto di lavoro, ai propri diritti ed ai propri strumenti di tutela.
Le considerazioni che si sentono fare nelle caserme sull’argomento (rinvenibili anche sul forum del sito ficiesse.it), infatti, sono quasi tutte dello stesso tenore: “ma che mi importa della rappresentanza”; “tanto la rappresentanza non serve a nulla”; “ con tutti i problemi che ci sono, questi pensano alla proroga”; “sono cose che riguardano solo i delegati”; “a me interessa solo lo stipendio e la pensione, cosa me ne frega della proroga”, ecc..
Niente di più sbagliato e pericoloso.
Primo, perché non è affatto vero che le rappresentanze ed i relativi delegati non contino nulla, in quanto, soprattutto a livello di Co.Ce.R., sono proprio i consigli di rappresentanza ad interfacciarsi con le istituzioni e con le forze politiche, per tutti i temi che riguardano il lavoro dei militari: stipendi, pensioni, trasferimenti, diritti, ecc..
Secondo, perché, in un mondo in cui il militare non è libero di esprimere opinioni e considerazioni sulle proprie condizioni lavorative, è proprio il parere delle rappresentanze militari che viene speso come parere di tutti i militari da governi, forze politiche e vertici, nei confronti dell’opinione pubblica.
Terzo, perché sono i delegati che si interfacciano (o forse in molti casi e meglio dire che si dovrebbero interfacciare) con l’Amministrazione per portare all’attenzione dei Comandanti tutte quelle situazioni di disagio, di malfunzionamento, di disorganizzazione e finanche di mobbing, che altrimenti rimarrebbero nascoste o, peggio, insabbiate.
Quarto, perché la rappresentanza, malgrado sia inadeguata ed obsoleta, è l’unico strumento di tutela e di partecipazione riconosciuto al personale militare che solo attraverso esso (unito purtroppo agli ormai ripetuti ricorsi alla giustizia amministrativa) può in qualche modo incidere sulle gestione delle amministrazioni.
Quinto, perché il corretto funzionamento della rappresentanza militare dipende dallo stimolo ed dall’effettivo controllo che tutti i militari devono (o meglio dovrebbero) esercitare nei confronti dei delegati che hanno eletto.
Negli ultimi anni, se da un lato i Co.Ce.R. hanno acquisito, di fatto, un potere che, ancorché sia ancora formalmente diverso, ossia concertativo, è sostanzialmente uguale a quello contrattuale riconosciuto ai sindacati di polizia, d’altro lato, la partecipazione, la consapevolezza ed il controllo democratico sull’attività del singolo consiglio e del singolo delegato da parte del personale non ha fatto registrare analoga evoluzione. Ne è conseguito che i singoli delegati hanno acquisito un sempre crescente peso “politico” al quale non è seguito un adeguato e parallelo aumento del controllo da parte dei rappresentati.
E’ in questo contesto che si devono vedere e giudicare le proroghe del mandato, quale mezzo in mano della politica per “influenzare” il parere e l’azione dei delegati e di quest’ultimi per “mantenere” posizioni di privilegio sottraendosi al controllo democratico degli elettori (prova ne siano le diverse, fantasiose e spesso ridicole motivazioni utilizzate per dare formale giustificazione alle proroghe), con inevitabile ed evidente nocumento per gli interessi del personale (al netto dell’inappuntabile azione di alcuni singoli Consigli, GdF ed AM e di alcuni singoli delegati che hanno continuato ad esercitare il mandato in maniera coerente ed apprezzabile e che, non a caso, si sono pubblicamente pronunciati contro le proroghe).
Per migliorare la condizione dei militari, per migliorare la trasparenza, l’affidabilità e la produttività delle amministrazioni militari e per continuare ad offrire un servizio sempre più soddisfacente al cittadino, occorre che lo strumento della rappresentanza militare sia sempre più libero, indipendente ed autonomo e risponda solo ed esclusivamente al personale che rappresenta e non agli interessi di qualche singolo delegato o di qualche parlamentare.
L’invito che si può rivolgere a tutto il personale militare, per difendere il loro stipendio, le loro pensioni ed i loro diritti e quindi quello di riappropriarsi della rappresentanza, ripudiando qualsiasi tipo di proroga, comunque motivata e da chiunque promossa, scegliendo e, soprattutto, stimolando e controllando l’azione dei delegati che hanno eletto e/o che eleggeranno.

GIANLUCA TACCALOZZI

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