La NATO avvisa l’ Italia: “ Smog letale a Kabul” Ma noi zero controlli “ ai Militari Italiani. Articolo del Fatto Quotidiano e Nota Assodipro:” La nostra preoccupazione aumenta in quanto rileviamo una preoccupante continuità con le “ sconcertanti criticità che hanno contribuito a seminare morti e malati tra i militari Italiani”. I vertici militari e Ministro Difesa rispondano.

Roma 23 Febbraio 2018. Salvatore Rullo presidente Assodipro. NOTA PRESIDENZA ASSODIPRO, Vertici  Militari e Politici diano spiegazioni e chiarimenti sui pericoli sulla salute, sulla prevenzione e controlli sanitari per i nostri militari impegnati nelle missioni internazionali da Afghanistan alla Bosnia e fino a Gibuti : Come associazione Assodipro siamo molto preoccupati da quanto leggiamo nel documentato articolo a firma di Toni De Marchi e Carlo Tecce pubblicato sul Fatto Quotidiano nella odierna edizione cartacea “ La NATO avvisa l’ Italia: Smog Letale a Kabul ma noi zero controlli “. Articolo del quale non si rileva traccia nelle rassegne stampa pubblicate dalla Difesa.  Chiediamo a vertici militari e politici – Istituzionali, ministro Difesa in primis, di chiarire e spiegare la nota del comando Nato a Kabul, inviata ai contingenti nazionali dipendenti, dove si ordina di tutelare la salute dei militari e civili esposti agli enormi pericoli ambientali . Chiediamo a Ministero Difesa e vertici militari se i militari italiani sono informati, se hanno strumenti di protezione, e se, come i loro colleghi americani, fanno visite mediche ogni due settimane, controlli a lungo termine ed hanno assistenza medica al rientro. Come Assodipro,  La nostra preoccupazione aumenta in quanto rileviamo una preoccupante continuità con le “ sconcertanti criticità che hanno contribuito a seminare morti e malati tra i militari Italiani” come scritto nella relazione finale della Commissione Inchiesta sui militari malati e morti per Uranio, Amianto ecc, presieduta da Giampiero Scanu che ha creato molti mal di pancia a Stato Maggiore Difesa.  Sconcertanti criticità sui diritti dei Militari su lavoro e salute che paiono continuare imperterrite tra una sorta di pericolosa autoreferenzialità , gestione domestica e senso di impunità che non sono più ammissibili e rivelano quanto sia indispensabile un sistema di diritti per i militari, un controllo di organi terzi sul lavoro e salute dei militari, previsto per legge e  verso il quale c’è stata e c’è una fortissima resistenza dei vertici, di certa politica e di taluni servi sciocchi delle stesse . Vertici Militari e Ministro Difesa Pinotti chiariscano e rispondano subito su temi di tutela di tutti i militari italiani che hanno diritto a diritti e non possono più essere trattati da cittadini di rango inferiore ai quali sono preclusi diritti fondamentali e Costituzionali.

Su gentile concessione degli autori vi proponiamo l’articolo di Toni de Marchi e Carlo Tecce pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi  ( foto tratta articolo Fatto Quotidiano )  

TONI DE MARCHI E CARLO TECCE dal Fatto Quotidiano edizione del 23 Febbraio 2018.  Il comando Nato a Kabul, lo scorso dicembre, ha inviato ai contingenti nazionali dipendenti – e dunque anche all’esercito italiano – un ordine per tutelare la salute di militari e civili “esposti agli enormi pericoli a mbientali ”. Il documento è firmato da un colonnello americano, il capo dei servizi medici in Afghanistan per la missione Rs (resolute support), che da un paio di anni ha sostituito le insegne Isaf per sancire la fine del conflitto armato. James Campion descrive le misure di prevenzioni per i militari americani –visite ogni due settimane, controlli a lungo termine, assistenza al rientro negli Stati Uniti – e impone agli alleati di intervenire subito con la stessa efficacia e la stessa intensità. I vertici italiani a Kabul, secondo le fonti del Fatto Quotidiano, hanno ignorato il messaggio di Campion: niente è cambiato per i soldati che addestrano e assistono le forza di sicurezza locali. Come per l’uranio impoverito, come per l’amianto sulle navi, come per il Kosovo: i militari che “portano la pace”non devono sapere. Per paura di screditare l’immagine dell’esercito e per non turbare la pubblica opinione. Oggi l’Italia è impegnata laggiù fra Herat e Kabul, nel paesone fra l’Iran e il Pakistan senza sbocchi sul mare, con circa 900 militari, 148 mezzi terrestre e 8 mezzi aerei. I 3,7 milioni di cittadini di Kabul, capitale afghana, bruciano la spazzatura per riscaldarsi e cucinare. La plastica è il materiale più pregiato. Perché dura assai. E così a Bagram, a nord oppure a Herat, a ovest. Veleni sputati dai generatori di corrente, stradoni polverosi annaffiati dal percolato, polveri sottilissime (le famigerate pm 2,5) che s’insinuano nei polmoni: in Afghanistan si muore di guerra, di terrorismo e pure di inquinamento. CAMPION ha esaminato decide di studi analitici prodotti dalle forze armate statunitensi denominati Periodic Occupational and Environmental Monitoring Summary, sintesi periodica del monitoraggio occupazionale e ambientale. A dispetto della sigla Poems, che significa “poesie” in italiano, la lettura dei vari dossier su Kabul e sul resto dell’Afghanistan in cui si trovano truppe Nato assomiglia più a un racconto dantesco che a una razionale ricostruzione scientifica: “La maggior parte dei veicoli a motore che circolano sono vecchi e usano carburanti sub-standard. Le industrie bruciano pneumatici, rifiuti plastici e altri oggetti combustibili, lo stesso fanno le famiglie. Il razionamento dell’energia, soprattutto, esaspera la situazione perché costringe la gente a usare ancora di più fonti inquinanti”. E le truppe internazionali sono un’aggravante. Le tonnellate di immondizia, generata da migliaia di soldati operativi nell’area, viene bruciata nei cosiddetti “burn pit”, giganteschi buchi dove vengono ammassati i rifiuti organici e inorganici.

Proprio in riferimento ai “burn pit” della base di Bagram, l’edizione statunitense della rivista Wi – red, cinque anni fa, pubblicò un documento che smentiva il negazionismo dei comandi Usa rispetto all’impatto sulla salute di queste attività. Non c’è da stupirsi, quindi, se nel 2010 la statunitense Environ  mental Protection Agency valutava in circa tremila morti l’anno le vittime dello smog nella sola Kabul a confronto dei 2.777 civili morti per la guerra in tutto l’Afghanistan nello stesso anno (stime Nazioni Unite).

IL DEPUTATO Gian Piero Scanu ha chiuso per il momento la carriera in Parlamento con la relazione della commissione d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito, presieduta per l’intera legislatura col costante disappunto dello Stato maggiore della Difesa. Quasi trecento pagine di testo per onorare la memoria di centinaia di militari ammazzati da residui bellici o dal letale amianto e per fermare una tragedia che avanza in silenzio. Un anno fa, il 15 marzo 2017, la commissione ha ascoltato Antonio Attianese, classe ‘79, caporale maggiore, alpino paracadutista: “Ho fatto due missioni in Afghanistan e mi sono ammalato al rientro. Non ho mai saputo della pericolosità dell’uranio impoverito. Non ho mai saputo che in zone devastate come quelle in cui ho operato, oltre a difendersi dalla situazione di guerra, c’era anche da difendersi da questo nemico invisibile. Quando chiedevamo spiegazioni ai nostri superiori di alcune notizie che sentivamo in radio, televisione o leggendo i giornali, ci veniva detto che erano sciocchezze inventate per andare contro il governo, contro i militari e contro gli americani. Fino a prima che mi ammalassi, ero convinto anch’io che l’uranio fosse solo una storia inventata per non mandarci in missione. Purtroppo, per queste sciocchezze mi sono ammalato. Sapevo che era ed è vietato parlare di uranio impoverito o di pericolosità ambientale”. Attianese è morto di tumore il 22 giugno.

Dal 2012, l’esercito italiano ha una base nel deserto a Gibuti – ex colonia francese tra Eritrea, Etiopia e Somalia – non lontano da Camp Lemonnier degli americani. ANCORA NON S’È CAPITO – si legge sempre nella relazione di Scanu – l’origine dei “cattivi odori” che appestano l’aria. Forse è colpa dei rifiuti che circondano la struttura. Forse è colpa dei liquidi tossici. Il direttore del Centro tecnico logistico interforze ha affermato che “l’ente non è in grado di effettuare analisi su particolato aerodisperso e

nanoparticolato”. Per gli italiani Gibuti è un mistero, gli americani, invece, hanno un Poems e lo scenario è simile a Kabul anche se per ragioni diverse. Un fattore di rischio specifico nella zona è costituito dalla presenza di acroleina, una sostanza tossica per il fegato e irritante per la mucosa gastrica, creata dall’incompleta combustione del gasolio. Forse è quell’odore citato dalla relazione Scanu e ancora non identificato dall’esercito italiano. Sugli allarmi da Kabul e la lettera di Campion, la Difesa replica: “Non ci risultano situazioni di particolare emergenza”.

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