Marisa TORALDO, madre del marinaio Alessandro NASTA:“Confido nella Magistratura, una madre italiana che crede nello Stato. Chiedo giustizia e la punizione dei responsabili della morte di mio figlio

Assodipro Roma ; Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Marisa TORALDO madre di Alessandro NASTA  
 “ Il 18 marzo 2015 è stata data notizia, da diversi organi di stampa e televisivi, della conclusione delle indagini da parte della  Procura della Repubblica di Civitavecchia che ha dato luogo alla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti: dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina (quando avvenne l'incidente era Comandante in Capo della Squadra Navale e datore di lavoro); dell'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, già Capo di Stato Maggiore della Difesa (quando avvenne l'incidente era il Capo di Stato Maggiore della Marina); dell'ammiraglio Bruno Branciforte, già Capo di Stato Maggiore della Marina; del Capitano di Fregata Domenico La Faia, in qualità di comandante della nave scuola Amerigo Vespucci (datore di lavoro); del Capitano di Fregata Marco Grassi, in qualità di comandante in seconda della Vespucci…. “     
Sono trascorsi quasi tre anni da quel maledetto giorno, precisamente il 24 maggio 2012, ma oggi come allora, la mia unica ragione di vita è conoscere tutta la verità sulla morte di mio figlio Alessandro NASTA.    
Alessandro, sottocapo di 3ª classe nocchiere della marina militare originario di Brindisi, aveva solamente 29 anni quando, comandato ad effettuare lavori in quota sull'albero di maestra, il più alto, 56 metri, della nave scuola Amerigo Vespucci della Marina Militare, morì precipitando dallo stesso albero,   da un'altezza di circa 15 metri, in fase di discesa, schiantandosi sul ponte di coperta. Sprovvisto delle benchè minime misure di protezione anticaduta, previste per legge.   Era un ragazzo per bene, con tanta voglia di vivere e tanti sogni ancora nel cassetto; uno di questi sogni si era realizzato proprio nel 2005 quando, giovanissimo, si arruolò in Marina militare in qualità di volontario in ferma breve ottenendo la categoria di nocchiere.   Dopo il giuramento alla Patria effettuato presso la Scuola sottufficiali della Marina militare di La Maddalena, fu impiegato in qualità nocchiere volontario presso il rimorchiatore della Marina Militare Porto Empedocle, all'epoca dislocato nella base navale di La Spezia.    Al termine dei tre anni di servizio in qualità di volontario vinse il concorso per il transito in servizio permanente e, dopo il corso per il transito in servizio effettivo, effettuato sempre a La Maddalena, venne destinato dapprima presso la sezione motoscafi della base navale di La Spezia e, dopo circa un anno e mezzo, sulla Nave Palinuro dove ha prestato servizio per circa due anni.   Nel gennaio 2011 fu trasferito d'autorità su Nave Amerigo Vespucci, veliero della marina militare dislocato, anch'esso, presso la base navale di La Spezia, dove prestò servizio in qualità di addetto al servizio marinaresco sino al giorno della sua morte.   Era il 24 maggio 2012 quando accadde il tragico incidente mortale; la nave Amerigo Vespucci era in trasferimento dal porto di La Spezia a quello di Civitavecchia e, come riportato dalle versioni ufficiali della marina militare, Alessandro mentre era intento ad effettuare lavori in alberata, si è schiantato sul ponte a causa di un malore (…)   Le cause reali della sua tragica morte, che hanno sconvolto la mia esistenza di madre e quella di tutta la famiglia, sin da subito sono apparse a tutti noi non chiare; le riflessioni immediate sul tragico incidente ci hanno portato a chiedere spiegazioni capaci di derimere i legittimi dubbi che qualsiasi madre, al mio posto, avrebbe palesato.   Nell'immediato, seppur nella totale disperazione, ho cercato di comprendere la dinamica dell'incidente con la speranza di capire come fossero andati realmente i fatti e quali fossero state le reali circostanze nelle quali il tutto si era verificato.   Mi sono rivolta sin da subito ai vertici della marina militare e, stretta nel mio dolore di madre,  ho cercato di sforzarmi di capire ciò che, di volta in volta, mi veniva raccontato in merito alle circostanze nelle quali era occorsa la tragica morte di mio figlio.   Inizialmete ho avuto come l'impressione di non essere nelle condizioni di riuscire a capire,  ma più passava il tempo e più mi rendevo conto di non aver avuto alcuna risposta alla più naturale, più spontanea e significativa domanda che avevo sempre posto: quali erano le condizioni di sicurezza nel lavoro di mio figlio?   Malgrado il mio profondo dolore mi sono sempre sforzata di decifrare tutte quelle risposte vaghe, quelle  mancate giustificazioni plausibili della morte di Alessandro, morte che sin da subito, avendo visitato il luogo nel quale si era verificata, mi era apparsa drammaticamente prevedibile.   La nave scuola Amerigo Vespucci, orgoglio rappresentativo della nostra marineria italiana, segue da anni una tradizione velica  portata avanti con grande impegno dal personale a cui vine richiesto di operare in condizioni ad altissimo rischio; le altezze elevate alle quali vengono effettuate le manovre dovrebbero necessariamente imporre un rigoroso e perentorio rispetto, da parte della marina, della complessa ed esaustiva normativa di tutela della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.   Il rischio lavorativo, reso palese dalle straordinarie altezze a cui sono chiamati ad operare i nocchieri di nave Vespucci, avrebbe dovuto portare i vertici della marina militare ad imporre il perentorio rispetto della normativa al fine di tutelare la vita stessa dei marinai con idonei dispositivi anticaduta.……   
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Per comprendere meglio il contesto nel quale Alessandro è morto, mi preme sottolineare che:   ·       presso l'Amministrazione della difesa la normativa a tutela della sicurezza e salute sui luoghi di lavoro è stata recepita con decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90 e, nell'ambito della Marina militare, la pubblicazione SMM 1062 ed. 2011, attuazione delle norme di legge in materia di prevenzione, protezione, sicurezza ed igiene del lavoro, ha reso attuativi i dettami del decreto legislativo n. 81 del 2008 al contesto militare e navale, stabilendo gli obblighi e i doveri di tutte le figure che concorrono alla sicurezza sui luoghi di lavoro;   ·       ai sensi dell'art. 725, comma 2 lettera f, decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 90, nonchè del vigente Codice dell'ordinamento militare, la salvaguardia dell'integrità fisica del personale militare dipendente costituisce dovere proprio dei superiori; ·       con riferimento alle specifiche mansioni, cui era addetto il sottocapo di 3ª classe Alessandro Nasta (appartenente alla categoria «Nocchieri»), le attività in alberata rientrano tra i «lavori in quota», come definiti dal decreto legislativo 81 del 2008 (articoli 107 e 111) e, come tali, vincolate al giudizio di idoneità, a cura del medico competente, oltre che ad una formazione specifica;   ·       con atto del lunedì 15 ottobre 2012, nell'allegato B della seduta n. 703 della 16ª Legislatura, l'allora Ministro della difesa Di Paola rispondeva all'interrogazione a risposta scritta presentata martedì 5 giugno 2012 in seduta n. 644; nella risposta si legge che il medico competente aveva preso solamente i primi contatti con nave Vespucci per concordare le azioni dirette alla redazione del DVR (documento di valutazione dei rischi), ancorchè al momento del tragico evente non fossero del tutto completate le formalità previste, tra cui la nomina formale del medico competente con ordine del giorno del comandante (…) per ogni attività da svolgere in alberata, nel corso del «briefing» operativo il nostromo di servizio chiede al militare designato se ha compreso l'attività che deve effettuare e se è nelle condizioni psicofisiche per assolvere i propri compiti (…)Le lavorazioni in alberata vengono eseguite soltanto dal personale della categoria «nocchiere», nella cui formazione e addestramento rientra anche il corretto utilizzo dei dispositivi di protezione individuale. http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_16/showXhtml.Asp?idAtto=54831&stile=6&highLight=1   ·       con atto del giovedì 26 settembre 2013, in allegato al bollettino in Commissione IV (Difesa) 5-00656 della 17ª Legislatura, l'allora sottosegretario alla Difesa Pinotti rispondeva all'interrogazione a risposta in commissione presentata venerdì 19 luglio 2013 in seduta n. 56; nella risposta si legge che, solamente dopo il disgraziato accidente che ha comportato il decesso del sottocapo Nasta, il Comando di bordo ha provveduto a perfezionare il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR) e ad adottare diversi dispositivi di protezione individuale (imbracature di sicurezza), che hanno potuto migliorare e rendere più rapido l'aggancio; tuttavia, malgrado fossero già reperibili in commercio e citati dal decreto legislativo 81 del 2008, nella succitata risposta non venne fatta alcuna menzione circa l'impiego di dispositivi «anticaduta» e di «arresto caduta», come quelli di tipo guidato e scorrevole sulla linea di ancoraggio; http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.Asp?idAtto=4251&stile=7&highLight=1     Già da quanto riferito dall'ex Ministro della Difesa Di Paola (2012) e dall'allora sottosegretario alla Difesa Pinotti (2013) è apparso subito chiaro che la nave Amerigo Vespucci navigava senza DVR, senza aver mai nominato un medico competente, senza aver mai effettuato visite mediche del lavoro al personale addetto ai lavori in quota (il nostromo, infatti, si limitava a domandare al personale nocchiere se riteneva di essere nelle idonee condizioni psico-fisiche…)  e senza dispositivi anticaduta e di arresto caduta già citati dal D.lgs 81/2008 recepito (si fa per dire) dalla Marina militare.   Il 18 marzo 2015 è stata data notizia, da diversi organi di stampa e televisivi, della conclusione delle indagini da parte della  Procura della Repubblica di Civitavecchia che ha dato luogo alla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti: dell'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, Capo di Stato Maggiore della Marina (quando avvenne l'incidente era Comandante in Capo della Squadra Navale e datore di lavoro); dell'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, già Capo di Stato Maggiore della Difesa (quando avvenne l'incidente era il Capo di Stato Maggiore della Marina); dell'ammiraglio Bruno Branciforte, già Capo di Stato Maggiore della Marina; del Capitano di Fregata Domenico La Faia, in qualità di comandante della nave scuola Amerigo Vespucci (datore di lavoro); del Capitano di Fregata Marco Grassi, in qualità di comandante in seconda della Vespucci (Dirigente responsabile del servizio di prevenzione e protezione). Secondo i capi di imputazione i succitati Ufficiali sono tutti accusati di essere «soggetti giuridici con capacità dispositiva, organizzativa e di controllo, per colpa consistita in imprudenza, negligenza e imperizia, ed in particolare per il mancato rispetto della normativa di settore sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro» e, in quanto tali, «cagionavano o, comunque, concorrevano a cagionare il decesso del Sottocapo Alessandro NASTA (intervenuto il 24 maggio 2012 in conseguenza di “shock traumatico da imponente emorragia cerebrale per gravissimo trauma cranio-facciale con fratture cranio-facciali multiple”). Tale evento lesivo derivava dalla caduta del predetto dall'albero di maestra della Nave Scuola Amerigo Vespucci mentre era comandato di servizio c.d. “Marinaresco” in condizioni di potenziale pericolosità nelle attività svolte in quota, precipitando da un'altezza di 15 mt sul ponte di coperta. Fatti aggravati dalla evidente possibilità di previsione del pericolo della fattispecie connessa all'attività su alberi e più in generale in quota e dall'aver agito in violazione dei doveri d'ufficio propri dei rispettivi ruoli rivestiti nell'ambito dell'amministrazione militare».   In qualità di madre che ha preso il proprio figlio in tali condizioni, pur confidando sul lavoro della Magistratura, mi sento di dover ribadire che perseguire la tradizione marinaresca, trascurando l'adeguamento delle proprie strutture di sicurezza e concentrandosi unicamente sul rinnovamento degli apparati tecnologici di navigazione del veliero, senza una adeguata valutazione del rischio per chi opera su quelle altezze, è inammissibile!   Non esiste tradizione degna di essere commemorata senza il rispetto delle fondamentali norme di sicurezza previste dal nostro ordinamento giuridico. Anni di attività del Vespucci senza  infortuni mortali non potevano portare i vertici della marina militare a sottovalutare un tale rischio, non potevano escludere che il tutto si potesse verificare in una frazione di secondo, quella maledetta frazione di secondo che, priva di tutele, è costata la vita a mio figlio Alessandro.   I rischi palesi, ancor più quelli noti e legiferati come quello delle cadute dall'alto, si valutano a prescindere, senza rimanere in attesa di un adeguamento alla normativa di settore dopo che si è registrata la prima vittima.
Anche all'interno della marina militare esistono professionisti specializzati nel settore della sicurezza dei luoghi di lavoro e ciò che ancora oggi mi domando è come mai, malgrado fosse in vigore e recepito già da diverso tempo il Testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, lo stesso non sia valso per tutelare la vita di mio figlio.   Tra le diverse e assurde giustificazioni che, mio malgrado, finora ho dovuto ascoltare c'e' stata l'ipotesi di un generico malore…   Da madre allora mi domando: basta un generico malore per morire su nave Vespucci? Un malore anche transitorio può mai giustificare l'assenza di una fune di arresto caduta?   Mio figlio Alessandro ci credeva con passione nel suo lavoro, che svolgeva con grande impegno e professionalità;  pensava di essere al sicuro nelle mani di una Istituzione e mai avrebbe immaginato  che avrebbe perso la vita sul veliero più prestigioso al mondo, perchè sprovvisto dei più basilari ed elementari mezzi di protezione capaci di evitargli lo schianto sul ponte. I militari sono lavoratori, sono dei grandi lavoratori e in quanto tali dovrebbero vedere riconosciuti tutti i diritti e tutte le tutele da parte dello Stato: questo deve essere rimarcato e sottolineato a grandi lettere.   Mi auguro che la morte di Alessandro possa essere motivo di riflessione per tutti e che la sicurezza sul lavoro, ed in particolar modo nei lavori in quota, possa diventare una delle priorità perseguite dai vertici della marina militare per la tutela del proprio personale.  La marina militare puo' fare tanto per onorare la morte di mio figlio Alessandro, in primis riflettere su quanto accaduto per valutare i punti critici sui quali intervenire, sino ad ammettere le proprie mancanze al fine di porvi rimedio.   Solo perseguendo la tutela della salute si sarà fatto tanto per far sì che i principi fondamentali come quello della “sicurezza” siano finalmente oggetto di formazione specifica e di condivisione. La sicurezza è e deve diventare, la migliore delle “tradizioni” della marina militare.   Alessandro oggi non c'è più, ma  sarebbe sicuramente felice di sapere che i suoi amati colleghi, possano contare sulla presenza di funi e dispositivi di protezione individuale capaci di valorizzare nel migliore dei modi, i marinai per antonomasia, i nocchieri come Alessandro.   
Confido nel grande lavoro della Magistratura, sono una madre italiana che crede nello Stato e che chiede semplicemente giustizia con la punizione dei responsabili della morte di mio figlio.

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