MILITARI : “Orario Straordinario fai da te , Fesi e CFI a discrezione e così la forbice delle retribuzioni si allarga di più. “Rappresentanza Militare giocattolo della dirigenza militare”.

Assodipro Nazionale a cura di Alberto TUZZI

Un Ente dell'Esercito dirama una “sua” direttiva per disciplinare l'attribuzione dello straordinario….Un istituto che dovrebbe essere  appannaggio esclusivo dei dipendenti contrattualizzati; categoria che va dal volontario fino all’ufficiale con meno di tredici anni di servizio, ma che viene percepito anche da tutti gli altri ufficiali  percettori di indennità dirigenziali a cui vanno  affiancate altre indennità, quali il FESI e il CFI, tutte a completa discrezionalità dei vertici….
Partiamo da una recente direttiva interna di un Ente dell’Esercito, che pubblichiamo in fondo , avente  per oggetto: “disposizioni sul lavoro straordinario del personale militare, riferita alla direttiva sull’istituto dello straordinario e compensi connessi all’orario di lavoro, ed. 2012 di SME”. Ne parliamo perchè la sua emanazione, ma soprattutto i suoi contenuti, suscitano alcuni interrogativi.  Una prima considerazione attiene la liceità della emissione della direttiva e i riflessi sul personale del contenuto della stessa.
In premessa però corre l’obbligo ricordare che, l’inserimento dell’orario di lavoro anche nelle Forze Armate, è sempre stato uno degli obiettivi principali perseguiti dai militari democratici. Tale fine è stato raggiunto nel 1990 con l’emanazione della legge 231 che riguardava il contratto triennale 1988-1990. Va altresì detto che, nel perseguire tale obiettivo, non si è mai pensato all'aspetto economico, bensì alla necessità di mettere finalmente fine agli abusi e soprusi fino ad allora subiti, restituendo  dignità ai  lavoratori militari, consentendo loro di usufruire dei diritti costituzionali.
In tale contesto, i vertici militari non persero l'occasione per tradurre, l'introduzione dell’orario di lavoro in un ulteriore beneficio economico per la loro categoria. Tant'è che  ci parve alquanto strano che non avessero nulla da obiettare, visto che nel 1978 minacciarono addirittura le dimissioni di massa se fosse stata approvata la legge dei principi sulla disciplina militare! E così, l’orario di lavoro si applica a tutto il personale, anche se  la retribuzione dello straordinario dovrebbe essere  appannaggio esclusivo dei dipendenti contrattualizzati; categoria che va dal volontario fino all’ufficiale con meno di tredici anni di servizio, perché tutti gli altri ufficiali sono percettori di indennità dirigenziali. E’ ovvio che tale anomala percezione, da parte della categoria dirigenziale, è stata ed è possibile grazie all’avallo di una politica poco attenta e superficiale  nella gestione delle forze armate, delegata agli SS.MM. C'è da aggiungere che, all' istituto dello straordinario,  vanno altresì affiancate altre indennità, quali il FESI e il CFI, tutte a completa discrezionalità dei vertici e senza nessun controllo istituzionale.
Pertanto la forbice retributiva si è dilatata ulteriormente facendo diventare i ricchi ancora più ricchi e i poveri sempre più poveri mentre il personale viene schiacciato verso il basso, da una unica categoria diventata ormai tutta dirigenziale, che sfugge a qualsiasi controllo democratico, sia delle rappresentanze sia della politica. Tornando alla  legittimità della direttiva emessa, sorge spontanea una domanda: ma se tutti gli Enti dell’Esercito, che sono centinaia, emanassero una propria direttiva interna sull’istituto dello straordinario, cosa succederebbe? Una cosa però è chiara:  chi ha firmato quella direttiva ha stabilito che il compenso del lavoro straordinario spetta a tutti gli ufficiali, a qualche sottufficiale e a nessun volontario, solo perché è stata abbinata agli incarichi.
E’ questa la politica economica della Difesa nei confronti del personale? E il Ministro della Difesa cosa ne pensa? Noi di certo non vorremmo essere alle dipendenze di un Ente che distribuisce così lo straordinario, mentre  ci sono altri reparti dove tale compenso economico ha una ripartizione più equa e democratica.  
Questo tipo di approccio nei confronti di quello che normalmente viene definito “salario accessorio”, era ed è tuttora non condivisibile, anche se in parte comprensibile e accettabile fino alla fine degli anni ottanta. Anni in cui furono aboliti  gli automatismi ed eliminati le classi e gli scatti di cui godevano  i contrattualizzati del pubblico impiego. Fu una scelta politica voluta dai sindacati, da noi contestata, nell’intento di portare in contrattazione tutto il trattamento economico dei contrattualizzati. Questa infausta decisione venne estesa anche al personale militare, pure se privo di ogni di tutela sindacale. Non è casuale che la dirigenza mantenne, e mantiene tuttora, i suoi automatismi legati alle classi e agli scatti. Proprio recentemente i dirigenti militari hanno iniziato a percepire gli arretrati, che vanno dai dieci ai venti mila euro, dopo lo sblocco dei trattamenti economici dei pubblici dipendenti attuati nel 2011. Tale grave incresciosa situazione si è ancor più aggravata con l’attuazione della famosa riforma Dini, legge 335/95.  Data in cui  il Parlamento ha modificato radicalmente il trattamento pensionistico di tutti i lavoratori, compresi i comparti Difesa e Sicurezza, passando dalla pensione retributiva a quella contributiva. Con questa riforma il Parlamento ha obbligato il settore del lavoro privato ad organizzare, tramite la possibilità di accedere al proprio TFR, la cosiddetta previdenza complementare, secondo la volontà espressa dai lavoratori. Tutto ciò non solo non  è stato avviato, ma neanche pensato per il settore pubblico, in quanto se una parte consistente dei dipendenti avessero optato di ritirare il loro TFR, per crearsi una pensione integrativa, lo stato italiano sarebbe sicuramente fallito.
Da queste considerazioni è facilmente intuibile che non è più ammissibile elargire ulteriore salario accessorio ai dirigenti già percettori di cospicue indennità, bensì necessita spalmare tale salario differito, esclusivamente a quei soggetti che, in virtù della riforma, andranno a percepire una pensione se non da fame, sicuramente di poco superiore a quella che il movimento cinque stelle definisce reddito di cittadinanza. Per porre fine a questo scempio economico e normativo, occorre dotare il personale, soprattutto quello senza tutele e non dirigenziale, di strumenti idonei a salvaguardare la loro condizione.
L’attuale rappresentanza, residuo politico del compromesso storico del 1978, va eliminata completamente perché non è più uno strumento di tutela, bensì è diventata il giocattolo dei dirigenti
e, per qualcuno, il trampolino per lanciarsi in politica. Non si può non riconoscere che qualche rappresentante, vuoi singolarmente e/o a gruppi, ha tentato un approccio con le forze politiche parlamentari, al fine di affrontare tale incresciosa situazione e le altre problematiche del personale, ma ha sempre trovato difficoltà ad interloquire. Inoltre molti parlamentari, vuoi per scelta vuoi per impreparazione, si rifiutano di affrontare questioni militari, soprattutto se sociali e morali, e si arroccano sulle posizioni dei vertici militari. Ci risulta che addirittura diversi parlamentari delle commissioni difesa di Camera e senato, si avvalgono di consulenti ex generali che, ovviamente, si preoccupano di tutelare solo la loro categoria.
In conclusione vogliamo ribadire che il futuro della condizione militare italiana,  è strettamente legato all’evoluzione della costruzione di un’Europa unita, non solo economicamente, bensì anche politicamente, socialmente, moralmente e militarmente con la costruzione di un esercito unico europeo. Il prossimo Consiglio europeo previsto a fine giugno sarà dedicato esclusivamente al tema della sicurezza e della difesa e saranno presenti tutti i Capi di Stato e di governo dell’Unione europea. L’EUROMIL e  CESI con una nota hanno invitato tutti gli Stati membri a rispettare la legislazione internazionale e i diritti e le libertà stabilite nella Carta dei diritti fondamentali. E’ una opportunità politica che i nostri governanti hanno per dimostrare la volontà di adeguarsi legislativamente ai paesi europei più  evoluti democraticamente e rispettosi dei diritti dei cittadini.
Alberto Tuzzi

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