Sindacato si, Sindacato no. Prove di forza.

Davide e Golia Ulisse e Polifemo Si potrebbero dire altre mille di queste storie di grandi giganti contro piccoli inermi uomini, una sfida quasi impossibile che ha dell’incredibile. Il risultato sembra scontato all’inizio, poi non è la sorte a vincere ma l’astuzia, l’ingegno, la capacità di capire il punto debole dell’avversario, di saper entrare nella piccola crepa che la sua grande dimensione non riesce a vedere, il particolare che gli sfugge, il terreno dove non può competere e che per tale cerca di nascondere.

Davide affronta Golia con una fionda. Per chi si Immagina questa scena e non la conosce la cosa appare assurda, impossibile. Il poco più che ragazzino impugna una fionda la fa roteare, la gira e poi la lancia e colpisce Golia e lo atterra. Quello che sembrava fino a poco prima impossibile diventa realtà. Ulisse usa un’altra strategia, ammalia Polifemo, lo tranquillizza lo inebria con qualcosa che lui non conosce, il vino. Tanto più ne beve, tanto più diventa debole e in quel momento si realizza ciò che per quegli uomini era impossibile, fuggire accecando il gigante.

Certo storie epiche, storie probabilmente inventate, sicuramente inventate. Sono storie che evocano il più profondo sentimento dell’uomo, quello del raggiungimento dell’obiettivo anche contro tutte le avversità e le impotenze, che la realtà sembra manifestare.

E noi siamo i piccoli uomini quelli, che giornalmente viviamo una realtà che non ci sembra giusta, non ci sembra adatta a soddisfare le nostre esigenze. E ci comportiamo come tutti quelli prima di Davide e ci comportiamo come tutti i compagni di Ulisse con il senso di impotenza e di frustrazione che ci inibisce e ci blocca.

Conosciamo perfettamente la macchina amministrativa delle Forze Armate, conosciamo i suoi punti deboli, le storture, le ineguaglianze, i soprusi.

A volte anche le incapacità di saperle gestire ma non agiamo, deleghiamo sempre altri, deleghiamo sempre qualcuno che sappiamo benissimo non ha le capacità e forse se ce le ha, non le sa neanche usare. Un po’ come affidarci alla preghiera, affidarci a un destino, affidarsi a un qualcosa che forse verrà o forse no. Non siamo mai artefici del nostro destino.

Pensiamo che il compito di tutelarci è prerogativa della politica, dei vertici, del Parlamento, di chi magari si impegna personalmente e non pensiamo mai che gli artefici potremmo essere noi, con la nostra partecipazione, con il nostro ingegno, per la nostra capacità di scoprire dove sono le crepe per inserirsi, dove poter determinare una volta per tutte una decisione nella direzione che noi riteniamo giusta per tutti.

Non è un atto rivoluzionario, neanche sovversivo, men che meno violento o arrogante, è solo ed esclusivamente la partecipazione ad un processo di formazione di una nuova cultura, di una nuova identità, che possa determinare attraverso un ragionamento compiuto, l’effetto di produrre qualcosa che a noi serve non tanto come persona, ma tanto quanto come cittadini che partecipano alla Repubblica e alla sua vita sociale.

Nella discussione attualmente in corso presso la quarta commissione difesa della Camera e del Senato che interessa la sindacalizzazione delle Forze Armate, abbiamo assistito a una serie infinite di distinguo su particolari di una legge, che altro non è che lo strumento per poter determinare quello che comunemente e in qualsiasi altro paese d’Europa si fa, ovvero la tutela del personale militare.

Evocare scenari apocalittici, lo smembramento delle Forze Armate, il malfunzionamento, la scarsa efficienza, l’incapacità di poter comandare, ordinare, operare e raggiungere l’obiettivo portando come scusa il concetto dell’obbedienza cieca, non è un azione di comando ma semplicemente la possibilità di comandare in deroga ad ogni qualsiasi condizione normativa, che tutela e salvaguardia la vita delle persone che operano in quel contesto. Un possibile probabile sindacato delle Forze Armate non è uno strumento che entra nel merito dell’azione di comando, che si prefigge un obiettivo strategico, un’operazione da portare a termine, un compito da assolvere, è semplicemente lo strumento che mette nelle migliori condizioni il personale militare di poter adempiere ad un dovere con tutti i crismi della salvaguardia della propria salute e del giusto riconoscimento anche economico e non solo morale del suo compito istituzionale, del suo dovere.

I disegni di legge presentati ultimamente in commissione difesa da parte di alcuni gruppi parlamentari, percorrono una strada già vista e che possiamo dire ad oggi sicuramente non idonea al compito che si prefigge un vero e proprio sindacato.

La falsa riga sulla scia della rappresentanza militare è l’emblema di questa inefficienza.

Quando all’interno di un organismo che si propone di rappresentare le esigenze del personale sia economiche sia personali sia di carriera sia di salvaguardia della propria salute, sono presenti tutte le categorie ovvero coloro che emanano le direttive e gli ordini e quelli che li dovrebbero eseguire in una sproporzione di forze e di rappresentanza che non è mai alla pari, ovvero comunque un generale è sempre un generale e un soldato è sempre un soldato. Nei disegni di legge si ripropongono esattamente le stesse dinamiche di Davide Golia e di Ulisse e Polifemo.

Il caso più eclatante che ha fatto storia per quanto assurdo e paradossale, è quello della Presidenza del cocer del generale Gerometta contestualmente anche direttore generale di PERSOMIL. Una massima carica istituzionale che è anche nella massima carica di un organismo di rappresentanza, un ibrido un miscuglio, un’ambiguità che apparentemente potrebbe sembrare anche una forza ma che nella realtà quella forza serve solo ad attenuare la forza dei subordinati, ad anestetizzarli.

Ma di che cosa stiamo parlando?

Per chi legge e non è un operatore delle Forze Armate, una firma sindacale potrebbe suonare quasi come una forma insurrezionale, quasi come un sovvertire l’ordine gerarchico.

Quasi come voler mettere becco su competenze che non gli sono date e dovute. Questa è anche la visione di alcuni parlamentari, che devono discutere di queste dinamiche non conoscendo affatto la situazione, avendo una visione di quella realtà decisamente falsata, decisamente non reale.

E un po’ come il mito della caverna di Platone, la realtà non è l’ombra proiettata all’interno della caverna, la realtà è fuori ma per vederla bisogna avere occhi nuovi, bisogna avere uno spirito nuovo, bisogna capire esattamente il perché si è lì e se magari non c’è un altro modo di vivere meglio.

Quando si sentoni in giro da voci autorevoli che rappresentano anche l’istituzione ma non solo, che il sindacato dei militari potrebbe compromettere l’azione di comando, si sta giocando a dare un’informazione che oltre a non essere fondata è decisamente come l”ombra della caverna di Platone, una realtà che ci vogliono far vedere ma non è la realtà o perlomeno non è quella delle forze armate italiane.

I vertici militari e le istituzioni hanno un potere abnorme nelle forze armate. Per far eseguire gli ordini hai propri subordinati hanno a disposizione un codice penale militare di pace, un codice penale militare di guerra, un regolamento di disciplina militare, capacità sanzionatoria diretta, la capacità sanzionatoria anche amministrativa, tutti strumenti più che idonei per stroncare sul nascere ogni tentativo di insubordinazione o di non esecuzione di un ordine o di una disposizione.

In questo senso la disciplina non è solo garantita, ma addirittura blindata in un recinto in cui il militare ha pochissimi spazi di manovra e oltre alla magistratura militare c’è anche quella ordinaria, in quanto il militare è sottoposto a due magistrature quella militare e quella ordinaria per l’appunto.

Un militare non ha spazi per poter disobbedire e non ha spazi per poter disobbedire senza conseguenze, la legislazione attuale è molto garantista nei confronti dei comandanti e nei confronti del governo e delle istituzioni, ed è bene che sia così perché nessuno chiede di cambiare questo stato delle cose, ma quando si dice che un sindacato che si occupa o si occuperebbe solo ed esclusivamente delle condizioni economiche del personale e della salvaguardia della sua salute e della sua dignità, potrebbe compromettere azioni di comando della gerarchia e quindi anche l’esecuzione degli ordini, non solo si sta dicendo un palese falso ma si sta creando una sorta di realtà parallela e non rispondente a quella reale.

Quello che sta avvenendo in questi giorni dovrebbe essere condizione di riflessione profonda di tutti quelli che stanno lottando per avere questi diritti e non solo i militari, ma anche l’opinione pubblica, i parlamentari, i partiti e qualsiasi attore sociale della comunità italiana.

Coloro che si stanno battendo per il riconoscimento del sindacato per i militari affinché abbia poteri effettivi e una personalità giuridica certa e la capacità di poter incidere in maniera concreta su quelle che sono le condizioni di lavoro degli operatori della Difesa, hanno già fatto l’esperienza della rappresentanza militare e ne sono usciti umiliati sotto il profilo professionale, ma anche in quello di non aver potuto rappresentare effettivamente le esigenze del personale che li aveva eletti.

Quindi non parliamo di persone che non sanno, che non hanno provato a fare funzionare la rappresentanza militare, che non si sono battuti per determinare un risultato, ma sono persone che hanno preso consapevolezza profonda dell’incapacità di questo strumento di poter essere utile effettivamente alle esigenze del personale.

Al contrario Coloro che sono all’interno della rappresentanza militare oggi ai massimi livelli, sono arroccati in una difesa strenua delle posizioni della rappresentanza, attuando strategie contrattuali e concertative dell’enfasi del comportamento personale, quali lo sciopero della fame, il comunicato stampa, gli incontri politici.

Incontri istituzionali che in 40 anni di rappresentanza hanno prodotto interrogazioni di ogni tipo ad ogni livello e i risultati di queste esperienze sono state sempre ambigue, frammentarie e mai determinanti.

Questo perché la rappresentanza militare ha un incapacità intrinseca di poter essere programmatica, di poter stabilire attraverso ragionamenti e documentazione di studi analitici, le proposte da rappresentare al governo.

Le istanze della rappresentanza militare sono sempre state quelle del comunicato stampa, un modo alquanto artigianale e hobbistico di fare sindacato, chiedendo un impegno ma mai argomentato.

Questo modo non ha mai fatto capire all’interlocutore politico, dove effettivamente bisognava agire per ripristinare gli equilibri interni di un’organizzazione e rispettare la pari dignità di tutti.

Anche perché far parte del cocer e come far parte di una elite.

La forfettaria, la possibilità di incontrare personaggi illustri e la possibilità di dialogare con la stampa, pone Il delegato in una posizione al pari dell’istituzione ma allo stesso tempo è un po’ come edulcorare un dolore attraverso l’esaltazione dello stesso rappresentante.

In questi anni poi, l’utilizzo della proroga parlamentare sul mandato della rappresentanza militare è stata ampiamente utilizzata. Questo modo di operare eludendo le elezioni per il rinnovo degli organismi rappresentativi, ha di fatto delegittimato tutto il sistema della rappresentanza militare e sovente ad ogni intervento legislativo, che riguardava il personale si è sempre dovuti ricorrere a dei correttivi, che paradossalmente non correggevano ma complicavano ancora di più quello che inizialmente era da correggere.

Il cocer non avendo personalità giuridica e non essendo in grado di avere una propria segreteria con persone capaci e competenti, un team di esperti e con un contatto diretto e costante con la base, non solo non è riuscito a determinare risultati concreti, ma addirittura ha peggiorato quelli già esistenti.

L’impossibilità della base di poter annualmente confermare o togliere la delega al rappresentante, ha creato una sorta di immunità con il quale il rappresentante cocer ha omesso di rapportarsi con il personale, scegliendo di imperio cosa doveva essere portato avanti e cosa non doveva avere la giusta attenzione.

Ma è successo anche qualcosa di peggio, ovvero che spesso le decisioni erano frutto di gruppi ristretti di persone che facenti capo a un delegato o più delegati, portavano avanti istanze di parte perdendo di vista quello che era l’interesse generale.

La rappresentanza militare per legge e come ribadito dal Consiglio di Stato, si pone come collaborazione della linea di comando ed è affiancata al comandante, ovvero fa parte dell’istituzione, dell’amministrazione e da questa pagata; non ha una Indipendenza, non ha un’autonomia né decisionale né tantomeno economica.

In una condizione del genere è difficile rimanere ancorati alla realtà con il rischio di diventare portavoci di se stessi, specie quando il tuo vertice e anche consulente tecnico del governo e quindi dovrebbe essere tutto più facile ma invece è tutto più difficile stranamente.

Infatti se è vero che la rappresentanza militare è fatta da tutte le categorie, se è vero che il presidente è il più alto in grado e ultimamente sono tutti generali, se è vero che questo generale fa parte del vertice di forza armata e se è vero che il vertice di forza armata e la consulenza tecnica del governo, al tavolo delle trattative non ci dovrebbero essere problemi ma solo soluzioni.

Succede esattamente il contrario, quelle che sono le aspettative del personale vengono poi trasformate a soddisfare le esigenze di una piccola parte e spesso sono i vertici a cassare tutte quelle che sono le stanze dei gradi più bassi.

Quindi la rappresentanza oggi rende ancora più forti i vertici (che nel frattempo hanno capito la capacità strategica della stessa utile per loro, mettendo a capo della stessa sempre generali) e non ci sono scioperi della fame che tengono se non per ottenere poche briciole, dando la medaglia al delegato che si è esposto ma di fatto i problemi rimangono così come sono senza risolverli.

La diversità sostanziale tra un sindacato e la rappresentanza sta tutta qui. Nessuno vieta al generale di farsi un sindacato ma nessuno può costringere un soldato a stare nello stesso sindacato dove è segretario un generale.

La tutela è una cosa che esula dalla condizione gerarchica.

G. P.

Segretario SILME

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