Spese militari & spending revew : era meglio tagliarne di più?

“Le spese militari equivalgono alla spending revew”, recita clamorosamente il sottotitolo di un post sul giornale online Lettera43. Titolo ancora più a effetto: “Ricerca? Meglio un F-35”, che rivanga la non nuova polemica sugli aerei da combattimento – dai costi altissimi e ancora incerti, nonché tecnologicamente assai discussi, è vero – che saranno prodotti dagli Usa e da altri 8 paesi, fra cui l’Italia, il cui impegno complessivo il ministro Di Paola ha già ridotto da 135 a 90 . Un programma che dal 2007, quando il memorandum fu firmato dal governo Prodi, ci sarebbe costato già 17 miliardi di euro solo per i preliminari, ce ne costerà parecchi altri per molti anni . E forse molti ancora, visto che il progetto è ancora in alto mare (vedi qui, e qui per un approfondimento con cenni anche al dibattito politico).La tesi è che, piuttosto che fare vittime in comparti “sociali” come sanità, giustizia, ricerca, pubblica amministrazione, si sarebbe potuto attingere alla spesa bellica, definita “un pozzo senza fondo” e “le cui dimensioni farebbe pensare a uno Stato pronto ad affrontare una guerra di dimensioni globali”.

Per sostenerla il post – al quale rimandiamo – è ricco di suggestioni. Vari capitoli di spesa militare sono infatti accostati a tagli significativi nei settori civili. Esempio: 500 bombe Sdb da montare sugli F-35 equivalgono a 7 posti letto tranciati dalla spending revew dal 2013. I compensi ai militari (1000 generali, 2700 colonnelli ecc) valgono quanto i tagli a Ricerca, Istituto di Fisica Nucleare e Agenzia Spaziale messi insieme . Eccetera. Molto accattivante.

Quanto alla sforbiciata del 10% degli alti gradi, sarebbe un’inezia. E altrettanto irrisorio sarebbe il taglio di 1,1 miliardi di euro al bilancio della Difesa deciso dal ministro Di Paola. In tre anni: -100 milioni nel 2012, -700 nel 2013, -500 nel 2014) . Niente, davanti agli impegni in 71 programmi di armamento e riconfigurazione di sistemi d’arma che ci costeranno 3,5 miliardi l’anno di qui al 2026.

Una tesi suggestiva? Intanto le cifre ci sembrano un po’ forzate. Si parla del programma Forza Nec, relativo alla costituzione di quattro brigate (12 mila uomini) digitalizzate – con uomini dotati di visori e sensori altamente sofisticati ciascuno dei quali farà parte di un network – “dal costo preventivato di 12 miliardi”. “Insieme ai 10 miliardi per gli F-35 si arriverebbe quasi ai 25 miliardi in tre anni della spending revew, dice il post.
Ma a guardare bene si tratta di spese spalmate su molti più anni (solo il Forza Nec 22 miliardi in 25 anni, 9, 5 tra il 2007 e il 2018, vedi qui i quaderni IAI in Pdf, pag 12).

Importante è invece riflettere sul fatto che Forza Nec, insieme ad altri sei programmi (!!!), non figurano nel Bilancio Difesa (dal quale sono esclusi anche Fondi Speciali come quello per le Missioni Internazionali) ma in quello dello Sviluppo Economico, che fornisce anche vari “aiuti” alle imprese belliche. Vedi il Dossier sulla Spesa Militare 2011 curato dall’Istituto di ricerca Archivio Disarmo, citato anche dal post in questione).

Dopo di che non si tiene conto di altri aspetti: dagli impegni già sottoscritti con vari paesi per la coproduzione di sistemi d’arma più moderni, al fatto che le imprese italiane addette hanno impiegano migliaia di lavoratori ed esportano pure, e che le tecnologie più avanzate sono da sempre legate agli armamenti prima di ricadere sul civile, fino alla constatazione che “così fanno tutti” i paesi avanzati e che ci sono di mezzo impegni internazionali.

Detto questo, il punto vero è politico. Anzi è l’ambiguità politica- e mediatica – dal momento che di tutto ciò si parla poc e si discute anche meno apertamente. Come sottolinea nella sua premessa il Dossier di Archivio Disarmo citato. Che propone due riflessioni .

1)Perdita di sovranità…o conquista? “La partecipazione dell’Italia all’Unione Europea con la sua Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) ed alla Nato ha di fatto realizzato un appiattimento del nostro Paese rispetto alle politiche militari di queste due organizzazioni. In particolare Nato e UE richiedono all’Italia un impegno in termini sia di partecipazione alle varie missioni più o meno pacifiche, sia di quantità di risorse finanziarie da dedicare al bilancio della Difesa (2% del PIL) ed al settore delle industrie belliche”, scrive l’Archivio Disarmo, chiaramente pacifista. E conclude:
“La perdita di sovranità, che sarebbe auspicabile fra gli stati facenti parte della UE in materie economiche, fiscali, di politica estera, si sta di fatto realizzando nel settore dove tale perdita è certamente più delicata: la Difesa”.
Un punto di vista che potrebbe essere rovesciato, considerandola una prima conquista, verso un’Unione più unita e più forte.

2) Ambiguità politica. E qui l’Archivio si interroga sulle politiche internazionali di sicurezza e lotta al terrorismo (vedi guerre in Afghanistan, Iraq, e oltre).

“Un atteggiamento meno ambiguo della politica sarebbe quello di far assumere al Paese impegni internazionali richiedenti l’utilizzo delle Forze Armate, solo in base alle risorse di bilancio effettivamente disponibili e ad un'adeguata riflessione politica in merito all'intervento stesso.
Avendo accettato la linea politica delle nazioni alleate di combattere una vera guerra di tipo convenzionale contro il terrorismo e per la sicurezza, occorrerebbe dedicare a questo obiettivo tutte le risorse necessarie senza alcun vincolo di bilancio, avendo, però, il coraggio di imporre in Parlamento e alla opinione pubblica questa scelta”.
In alternativa: “Se le forze politiche hanno una riserva mentale di tipo “pacifista”, dovrebbero avere allora il coraggio di trarne le logiche conseguenze evitando così lo spreco di risorse,
attivandosi per risolvere queste emergenze planetarie attraverso strumenti alternativi
di tipo cooperativo”.

Ciascuno è libero di pensarla come crede ma certo una maggiore chiarezza e trasparenza da parte dei partiti e dei governi aiuterebbe i cittadini a prendere posizione, specie in periodi di crisi come questo, in cui si impongono alle popolazioni sacrifici dolorosi.

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