Indipendente, apartitica e senza fini di lucro

Così dichiara di essere l’associazione Solidarietà, Diritto e Progresso, oggi guidata da Emilio Ammiraglia, nata per iniziativa di un gruppo di sottufficiali delle forze armate, di appartenenti alla Polizia di Stato e del mondo giornalistico, accomunati dalla consapevolezza
dei limiti in materia di esercizio dei diritti.

Presidente Ammiraglia, la vostra associazione è indipendente e opera per difendere i diritti individuali e collettivi del personale militare, questo è il vostro ventesimo anno di attività, ci può spiegare nel dettaglio quali sono le vostre principali battaglie?

Assodipro nasce nel 1992 dalla storia e dalla esperienza del movimento dei sottoufficiali democratici che negli anni ‘70 portò all’attenzione delle istituzioni e della società lo stato di precarietà democratica in cui versavano all’epoca le nostre Forze Armate in ragione della loro voluta, ostentata e assicurata separatezza dal contesto sociale.
Assodipro nasce quindi da ideali esigenze di democratizzazione del comparto militare e di valorizzazione e tutela del lavoro militare che le RR.MM previste dalla legge 382/78 non erano nel frattempo riuscite a colmare; in estrema sintesi Assodipro è la continuità ideale con quella scuola di pensiero che comprendendo in tempo i limiti strutturali e funzionali delle RR.MM le definì «uno strumento buono ad occuparsi delle mele e delle pere» (Falco Accame).
Assodipro nasce quindi per mantenere vivo nel paese, nelle istituzioni, nella politica e fra gli operatori il dibattito sul modello di tutela professionale di cui debbono godere i nostri militari.
Nel vostro portale (http://www.militariassodipro.org/news.php) si fa riferimento alla “Casta dei Generali”, esiste? Qual è il nodo del problema?

Se per casta si intende quella parte della dirigenza militare che si oppone ad ogni esigenza di cambiamento che proviene dal basso per perpetuare l’esistenza di un sistema di potere caratterizzato da opacità normativa e discrezionalità di gestione che in combinato assicurano vantaggi di ogni tipo allora occorre dire che essa esiste ed è allo stato sempre al lavoro.
Solo comprendendo questo si capiscono le ragioni per le quali la casta non gradisce interferenze “sindacali” rispetto al proprio operato che deve rimanere ampio, poco mediato e capace di robuste zone di discrezionalità. È da questo quadro che nascono i tanti privilegi di cui gode la crema del comparto; alloggi di servizio con annessa servitù a totale carico del contribuente, transito all’industria militare al termine del servizio, gestione degli straordinari e di particolari indennità tramite dichiarazioni autocertificative, missioni, incarichi, soggiorni vacanza, cure termali, auto blu (Maserati) con autista ecc ecc… questioni che mettono in evidenza la costruzione di un sistema premiale d’elite che è tanto più robusto quanto più si è arrivati in alto nella scala gerarchica.
Il nodo del problema è tutto nella volontà politica (che non c’è) da mettere in campo al fine di rendere trasparenti e permeabili i sistemi più chiusi come quello militare. In tal senso è utile ricordare l’opera di denuncia dell’Onorevole Falco Accame (Presidente della Commissione Difesa della Camera) che sul finire degli anni 70 richiamava già la politica e le istituzioni a vigilare ed intervenire sul problema delle nomine post carriera di tanti alti gradi delle FF.AA ai vertici dirigenziali della industria militare; trasparenza o dubbiosi e preoccupanti conflitti di interessi determinati da una indiscutibile debolezza della politica? È passato il tempo, sono aumentate le esigenze di trasparenza in tutti i campi della società, ma alcune importanti questioni riguardanti il mondo militare seguono le peggiori e deleterie liturgie del passato.

Lo scorso novembre è stato invitato dal Parlamento Europeo per riferire sui diritti di associazione del personale militare in Italia, ci può raccontare il suo punto di vista?

L’Italia come è noto è uno dei residui paesi comunitari, insieme alla Grecia che, in violazione della più evoluta legislazione sovrannazionale che si occupa di tutela del lavoro e delle tante risoluzioni e raccomandazioni delle istituzioni europee che richiamavano gli stati membri a riconoscere ai militari in tempo di pace i fondamentali diritti associativi per finalità di tutela professionale , continua a negare ai propri soldati l’esercizio dei costituzionali diritti associativi e sindacali.
Da questa constatazione l’illustrazione in audizione di tutte le violazioni legislative effettuate in Italia, attraverso l’introduzione delle Rappresentanze Militari come modello di tutela professionale dei militari rispetto agli standard normativi previsti ed applicati in ambito europeo e più precisamente rispetto alla Convenzione 151 dell’Oil (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ratificata dal nostro Parlamento nel 1984 con la Legge 862.
Le argomentazioni da me prodotte nella circostanza hanno incontrato la totale condivisione della dirigenza di Euromil (Organizzazione Europea delle Associazioni Militari) e il sicuro interesse in tutti gli interlocutori intervenuti; già dalla introduzione del Presidente di seduta l’Onorevole Mavronikolas si è capito che nelle istituzioni europee, in particolare dopo l’entrata in vigore dei trattati di Lisbona e della nuova carta dei diritti fondamentali, vi è grande rispetto e sicura attenzione per la tutela dei diritti umani che meritano sempre di essere garantiti e protetti; a paradigma di quanto affermato segnalo l’intervento dell’Onorevole Gahler del Ppe tedesco che non è un bolscevico rivoluzionario, né un sovversivo convertito alla causa dei diritti dei militari italiani. È un moderato, che conoscendo per esperienza vissuta le buone ed utili relazioni che intercorrono fra autorità militari e governative tedesche e le associazioni di categoria, ha assicurato il proprio impegno affinché l’esperienza tedesca possa essere estesa al resto dei Paesi comunitari. In sintesi per l’Onorevole Gahler le Associazioni dei militari sono una realtà utile alla buona gestione delle politiche militari in Germania. Parlare poi dell’accoglienza che l’Istituzione Parlamento Europeo ci ha riservato e della collaborazione ricevuta dallo staff amministrativo per la migliore riuscita dei lavori dell’audizione è come dire che nessuno è profeta in patria; ascoltati, rispettati e stimati fuori, desiderati al bando e pronti al rogo in casa propria. La storia, la nostra storia piaccia o no, saprà tuttavia registrare altri eventi (le libertà di tutela dei militari), che sono poi quelli per i quali il nostro impegno incontra comuni passioni, sincere amicizie e tante motivate condivisioni.

Perché le norme relative alla rappresentanza militare andrebbero riviste?

Perché a guardar bene le Rappresentanze Militari riflettendo sulla normativa che le disciplina, ci si accorge che esse non sono il luogo della autonomia, della indipendenza e della non ingerenza, che sono poi i presupposti su cui poggia ogni democratico strumento di tutela del lavoro. Detto in altri termini esse sono l’espressione di ciò che in linea generale sarebbe proibito realizzare; mi spiego meglio: un qualsiasi strumento di tutela professionale per raggiungere i propri scopi deve essere autonomo, indipendente e libero di definirsi sotto il profilo funzionale, gestionale e organizzativo. Deve inoltre godere di completa autonomia finanziaria. Diversamente da ciò siamo al sindacato giallo di estrazione totalitaria. Nei caratteri identificativi delle nostre Rappresentanze Militari sono rinvenibili gli aspetti poc’anzi richiamati?
Esse sono autonome e indipendenti dal potere pubblico-datore di lavoro? No. Godono delle libertà gestionali ed organizzative? No. Sono autofinanziate? No.
Non bisogna essere esperti di diritto del lavoro per comprendere le ragioni che sottendono a una realtà di questo tipo: lo Stato in maniera illegittima, arbitraria ed ingerente, crea, controlla e finanzia le Rappresentanze Militari che consegna come innocuo strumento di tutela nelle mani dell’apparato militare per realizzare una evidente e plateale fiction democratica attraverso la quale cerca di salvare la faccia (ma non la coscienza); è la trasfigurazione della sostanza che diventa verità attraverso la manipolazione della realtà.
Ripeto ormai da anni che per capire l’inganno e l’inutilità di queste Rappresentanze Militari occorre saper guardare con umiltà alle esperienze altrui; esperienze che, guarda caso, sono tutte nate dalle previsioni contenute nella Convenzione 151/78 dell’Oil il cui spirito aleggia infine nella nuova carta dei diritti europei.

L’Europa e le sue strutture politiche possono far si che le cose cambino anche in Italia?

Le istituzioni europee compresi i partiti politici potranno aiutare il processo di crescita democratica delle nostre Forze Armate e quindi assicurare decorose condizioni di tutela professionale ai nostri militari nella misura in cui noi saremo in grado di coinvolgerle e richiamarne l’attenzione.
È tuttavia evidente che sulla questione dei diritti dei militari la politica nazionale ha bisogno di entrare in sintonia con quella che si registra in Europa. Nella materia di cui qui ci occupiamo è l’Italia ad essere in ritardo; è l’Italia quindi che deve recuperare il passo per riallineare le aspettative dei suoi soldati alle garanzie di cui godono gli omologhi europei.
Assodipro in tal senso, con l’umiltà di cui è capace ha esperito ogni utile tentativo per ricercare sinergie ideali ed operative con quanti si occupano dei temi in trattazione; da questo lavoro sono nate buone amicizie, nuove idee, molte affinità e sicure proposte di collaborazione.
Nel percorso della chiarezza dei propositi politici e delle condivisibili riforme da realizzare, registriamo assenze importanti e consolidate avversità che tuttavia non ci faranno desistere dal proseguire nel cammino intrapreso; è e sarà così perché oggi come non mai i fatti si incaricano di dimostrare che l’ispirazione che portò alla fondazione di Assodipro era giusta. Queste Rappresentanza Militari cosa potranno rispetto al dramma degli esuberi? Con quali poteri di intervento andranno a confrontarsi con il Governo per gestire l’uscita dal servizio, il transito ad altre amministrazioni, le compensazioni economiche (la Cig dei militari da inventare) e previdenziali delle diverse decine di migliaia di militari interessati alla riduzione degli organici? Quale cultura giuslavoristica andrà a contrapporsi al Governo per tutelare i militari in uscita? Per capire bene quale sarà il probabile esito di questo tsunami in arrivo occorre farsi una sola domanda per poi darsi una risposta onesta. Il Gen. Rossi, Presidente del Cocer Interforze allo stato dispone di adeguati strumenti di tutela per trasformarsi nel Landini della situazione? Per offrire qualche speranza ai militari interessati alla riduzione degli organici, oggi si capisce bene che il problema non è nella trasfigurazione fisica Rossi-Landini ovvero nella improbabile ipotesi che il generale battagli alla stregua di un sindacalista. Il problema è tutto dentro il virtuale carattere di tutela delle Rappresentanze Militari. Al cospetto di questioni vitali da trattare se ne comprendono tutti i ridotti margini di azione e tutte le evidenti debolezze strutturali e funzionali.

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