Le persone per bene non riescono a fare carriera. Non si può sempre dire di si e chinare il capo.

Luca Tartaglione

 Pare che oggi la pubblica Amministrazione faccia fatica a dare garanzia di aderenza alle Leggi.

Uno specifico allarme fu lanciato nel 2015 dall’Unita di informazione finanziaria per l’Italia (Uif) – istituito presso la Banca d’Italia che ebbe a dichiarare: «La Pubblica Amministrazione e un “Cono D’ombra” dove le operazioni a rischio corruzione riescono a passare sotto silenzio».

Pochi giorni prima anche il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone, che ebbe a dichiarare: «le persone “Perbene”, oneste e con senso civico non riescono a fare carriera all’interno della pubblica amministrazione. Spesso vengono emarginate proprio perché hanno un’etica del lavoro».

In questo contesto problematico dovrebbe trovare scudo e garanzia di diritto e civiltà giuridica, quella costola della Pubblica Amministrazione chiamata Amministrazione Difesa. I Militari devono ASSEVERARE con Elevatissimo e Solenne rispetto tutte le norme giuridiche, poiché l’inosservanza infrangerebbe il Giuramento Prestato “……di osservarne la Costituzione e le Leggi……”. Quindi nessun militare di qualsiasi Rango o Grado deve astenersi o allontanarsi dai principi normativi.

Ma riepiloghiamo alcuni articoli del DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA  15 marzo 2010, n. 90 Testo unico delle disposizioni regolamentari in materia di ordinamento militare, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246.  

Art. 712 Doveri attinenti al giuramento

  1. Con il giuramento di cui all’ articolo 621, comma 6, del codice il militare di ogni grado s’impegna solennemente a operare per l’assolvimento dei compiti istituzionali delle Forze armate con assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane, con disciplina e onore, con senso di responsabilità e consapevole partecipazione, senza risparmio di energie fisiche, morali e intellettuali affrontando, se necessario, anche il rischio di sacrificare la vita.
  2. L’assoluta fedeltà alle istituzioni repubblicane è il fondamento dei doveri del militare.

Art. 713 Doveri attinenti al grado

  1. Il grado corrisponde alla posizione che il militare occupa nella scala gerarchica.
  2. Egli deve astenersi, anche fuori servizio, da comportamenti che possono comunque condizionare l’esercizio delle sue funzioni, ledere il prestigio dell’istituzione cui appartiene e pregiudicare l’estraneità delle Forze armate come tali alle competizioni politiche, fatto salvo quanto stabilito dall’ articolo 1483 del codice.
  3. Il militare investito di un grado deve essere di esempio nel compimento dei doveri, poiché l’esempio agevola l’azione e suscita lo spirito di emulazione.

Art. 725 Doveri propri dei superiori

  1. Il superiore deve tenere per norma del proprio operato che il grado e l’autorità gli sono conferiti per impiegarli ed esercitarli unicamente al servizio e a vantaggio delle Forze armate e per far osservare dai dipendenti le leggi, i regolamenti, gli ordini militari e le disposizioni di servizio. Per primo egli deve dare l’esempio del rispetto della disciplina e della rigorosa osservanza dei regolamenti: dovere tanto più imperioso quanto più è elevato il suo grado.
  2. Il superiore deve mantenere salda la disciplina dei militari dipendenti e mirare a conseguire la massima efficienza dell’unità, ente o ufficio al quale è preposto. Egli deve in particolare:
  3. a) rispettare nei rapporti con gli inferiori la pari dignità di tutti e informare sempre le proprie valutazioni a criteri di obiettività e giustizia;
  4. b) evitare, di massima, di richiamare in pubblico il militare che ha mancato. Per riprenderlo, sempre se possibile, deve chiamarlo in disparte e usare, nel richiamo, forma breve ed energica, riferendosi unicamente al fatto del momento;
  5. c) approfondire la conoscenza dei dipendenti, valutarne le precipue qualità individuali e svilupparne la personalità;
  6. d) provvedere all’istruzione militare del personale e attuare le misure intese a promuovere l’elevamento culturale, la formazione della coscienza civica, la preparazione professionale e la consapevole partecipazione;
  7. e) curare le condizioni di vita e di benessere del personale;
  8. f) assicurare il rispetto delle norme di sicurezza e di prevenzione per salvaguardare l’integrità fisica dei dipendenti;
  9. g) accordare i colloqui richiesti, anche per motivi di carattere privato o familiare, nelle forme stabilite e provvedere a una sollecita valutazione delle istanze presentate nei modi prescritti;
  10. h) tenere in ogni occasione esemplare comportamento e agire con fermezza, comprensione e imparzialità;
  11. i) porre tutte le proprie energie al fine di mettere l’inferiore nella condizione migliore per eseguire l’ordine avuto.

Al comma 1 riporta “Per primo egli deve dare l’esempio del rispetto della disciplina e della rigorosa osservanza dei regolamenti: dovere tanto più imperioso quanto più è elevato il suo grado.”

Un procedimento disciplinare è sempre legittimo? Dovremmo dire di SI...per la sua ratio educatrice…invero la materia è dannatamente complessa per le delicate implicazioni che richiama ed il fortissimo stress psico-fisico che suscita nei potenziali militari “incolpati”…e dobbiamo dire NO!

Il procedimento disciplinare – anzi la cosiddetta “contestazione di addebito” – giunge militare in seguito a un’azione o a un’omissione e pertanto dovrebbe essere uno strumento potente per garantire l’efficienza di uno strumento e di un sistema organizzativo complesso come quello di una Forza Armata o Corpo Armata. Tale strumento, per tutti e a maggior ragione per i militari per la peculiarità del loro lavoro, non può però prescindere dal dovere di un’applicazione saggia e motivata da parte dei Comandanti e Stato Maggiore per garantire il diritto e la tutela delle garanzie relative all’efficienza del procedimento (per entrambe le parti), per cui le contestazioni non possono rappresentare ovviamente uno strumento di minaccia e intimidazione sul militare incolpato, rischiando di minarne ingiustamente la salute e la carriera.

 Interpretare una norma è una cosa, altro è inventare fantomatiche lesioni o gravi lesioni ed avviare un procedimento piuttosto che null’altro! Altrimenti…che clima di lavoro si vuole creare? Di tensione o di collaborazione? Quale fiducia nel Comandante e nelle Istituzioni si dovrebbe avere?

Nella complessità del nostro sistema lavorativo, il rispetto di tutte le norme da parte di tutti garantisce già di per sé una certa qualità di vita. Purtroppo la frequente preoccupazione del militare non dirigente su cosa potrebbe accadere “se faccio”, “se dico”, “se protesto”, “non mi conviene”, ecc., in contesti di disagio, porta quasi sempre a situazioni di autocensura, opportunismo o remissione a danno del benessere generale quindi dell’efficienza dello strumento militare.
Quando però qualcuno a qualsiasi livello gerarchico non rispetta qualche principio, non si può sapere quale catena di eventi e reazioni potranno derivare. In poche parole, se le premesse alla base di un fatto sono errate, le conseguenze possono essere inimmaginabili, a danno di molti.

NON SI PUO’ SEMPRE DIRE SI, CHINARE SEMPRE IL CAPO

L’altra faccia della medaglia: la tutela dei nostri diritti – perché vi sono diritti e doveri di tutti – è fondamentale e basilare, soprattutto in situazioni dove rischiamo di incorrere in reati militari. Non si può nemmeno dire sempre sì, chinare sempre il capo, né si può sempre dire no. Ma alzare i toni in situazioni di malessere persistente e a lungo perpetrato, non più tollerabile, può essere doveroso così come ordina la Corte di Cassazione con la sentenza 36045/2014 della Prima sezione penale: criticare aspramente gli ufficiali che comandano con metodi oppressivi non è solo un diritto «ma addirittura un dovere militare, e civico, alla denunzia di comportamenti contrari ad una amministrazione della disciplina militare in senso compatibile con l’assetto democratico dell’apparato statuale e con i principi costituzionali che regolano l’ordinamento delle Forze armate»…e qui l’assistenza del sindacato militare sarà fondamentale.

LEGGE ANTICORRUZIONE

 Consideriamo ancora una legge poco ricordata, la cosiddetta Legge anticorruzione 190/2012, che modifica e integra ulteriormente il D. Lgs. 165/2001: “Il pubblico dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria o alla Corte dei conti, ovvero riferisce al proprio superiore gerarchico condotte illecite di cui sia venuto a conoscenza in ragione del rapporto di lavoro, non può essere sanzionato, licenziato o sottoposto ad una misura discriminatoria, diretta o indiretta, avente effetti sulle condizioni di lavoro per motivi collegati direttamente o indirettamente alla denuncia(art. 1, comma 51).

STATUTO DEI LAVORATORI

Ricordiamo inoltre come la denuncia di illeciti è già tutelata anche in ambito sindacale dallo “Statuto dei lavoratori” (Legge 300/1970): “È nullo qualsiasi patto od atto diretto a: […] b) licenziare un lavoratore, discriminarlo nella assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari , o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero” (art. 15) anche perché “per attività sindacale non deve intendersi solo quella esercitata da chi sia formalmente investito del ruolo di rappresentanza dalle rispettive organizzazioni, bensì da chiunque ponga in essere rivendicazioni nei confronti del datore volte a tutelare i dipendenti in relazione al rapporto di lavoro” (Cass. 19 marzo 1996, n. 2335). Altrettanto importanti sono le norme che regolamentano l’iter disciplinare. In caso di notifica di contestazione d’addebito per l’apertura di un procedimento disciplinare è obbligatorio seguire l’iter di legge che è imperativo e non ammette deroghe, mentre “la violazione di una norma di legge imperativa comporta la nullità della sanzione irrogata, come riconosciuto anche dalla granitica e costante giurisprudenza di merito. Un esempio paradigmatico dell’inderogabilità dell’iter è dato dalla scadenza dei termini temporali Spesso i procedimenti decadono proprio per il superamento del termine per cui la legge impone l’annullamento, non l’archiviazione.

 Decisamente più costanti, ma più difficili da dimostrare, sono i vizi da eccesso di potere.

Attualmente, la legge sul procedimento amministrativo (l. n. 241/1990) disciplina all’art. 21 octies i casi di illegittimità dei provvedimenti amministrativi indicando quali ipotesi di annullabilità la violazione di legge, l’eccesso di potere e l’incompetenza. Più in particolare, si sono individuate alcune figure sintomatiche nell’ambito della giurisprudenza amministrativa. Si ha «sviamento di potere» quando la pubblica amministrazione, nella sua attività concreta, persegue una finalità diversa da quella che le assegna in astratto la legge (art. 1, l. n. 241/1990).

Una seconda figura e’ individuata dalla «contraddittorieta’ tra i motivi e il dispositivo»; essendo la motivazione obbligatoria, poiché contiene i «presupposti di fatto e le ragioni giuridiche» che sono alla base della decisione, l’assenza di motivazione dell’atto amministrativo integra una delle ipotesi di violazione di legge (art. 3, l. n. 241/1990), mentre il contrasto tra la motivazione e il dispositivo determina una violazione dei principi di ragionevolezza e di coerenza dell’agire dell’amministrazione. In altre parole, si ha eccesso di potere quando i motivi conducono logicamente a un dispositivo diverso da quello poi adottato. Anche la «contraddizione tra provvedimenti» implica la violazione del principio di coerenza, e si riscontra quando situazioni analoghe portino all’adozione di decisioni divergenti, senza adeguata motivazione. Si ha «illogicità» in caso di incongruenza tra la situazione da regolamentare e il provvedimento. Il «travisamento dei fatti» si verifica laddove l’amministrazione ponga a fondamento dell’atto un’interpretazione dei fatti diversa da quella vera, ovvero basata sull’esistenza di fatti in realtà inesistenti, o sull’inesistenza di fatti in realtà esistenti, o sull’attribuzione ai fatti di un significato illogico o irragionevole. La «disparità di trattamento» ricorre quando l’amministrazione applichi criteri diversi a situazioni identiche, senza che ve ne sia giustificazione. In questo caso si ha una violazione del principio di imparzialità e di non discriminazione (v. Principio di imparzialità).

L’«ingiustizia manifesta» integra un’ipotesi di violazione del principio di proporzionalità, secondo cui l’attività amministrativa non deve andare oltre quanto è opportuno e necessario per il raggiungimento di un determinato fine. Inoltre, nel rispetto dei principi di imparzialità e non discriminazione, l’amministrazione deve considerare le peculiarità dei casi concreti, in modo da non adottare scelte di evidente ingiustizia.

L’iter del procedimento disciplinare prevede una difesa, dove in un prossimo futuro la presenza del sindacato militare sarà determinante, mentre il termine dei 60 giorni in cui va concluso il procedimento, peraltro “dopo l’espletamento dell’eventuale ulteriore attività istruttoria” permette ampiamente di raccogliere ogni elemento utile per la decisione finale.

Vige del resto un caposaldo: a prescindere dalla difesa, deve essere sempre garantito un processo “giusto” e legittimo, e un giudizio imparziale del Comandante di Corpo a cui i principi generali sanciti dall’art. 111 della Costituzione. Infatti, le conseguenze per infondati procedimenti e sanzioni (di fatto “temerari”), da parte dei Comandanti, lo sottoporrebbero – in caso di impugnazione della sanzione con ricorso presentato dal sanzionato – non solo al giudizio gerarchico sovraordinato ma eventualmente alla magistratura in tutte le sedi opportune.

Non siamo pedine

Non dobbiamo pensare che siamo pedine di un gioco, ognuno ha un ruolo che deve tutelare, ma il rispetto reciproco e la collaborazione sono fondamentali, perché i procedimenti disciplinari sono una questione seria. Tempi duri quelli attuali, in cui ancora manca l’appoggio del sindacato militare per la difesa dei nostri diritti e per impedire gli abusi derivanti dall’uso improprio come arma della disciplina militare.

Luca Tartaglione

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