SUI DIRITTI NEGATI AI MILITARI – Analisi e Storia in un articolo di qualche anno fa. Di Enzo Jorfida

Assodipro Roma : Vi proponiamo un articolo risalente a circa 10 anni fa, utile sintesi storica con analisi politica ancora molto attuale, sui diritti negati ai lavoratori militari. Il Rafforzarsi di Associazioni , di Euromil, la presa di coscienza di una fetta rilevante del parlamento, di una sempre maggior parte di militari , di settori della Rappresentanza Militare e soprattutto la sentenza della Corte Europea dei Diritti accende una luce sulla richiesta di DIRITTI SINDACALI per i militari. Gli effetti di pesanti provvedimenti di “ ristrutturazione “ legiferati ed emanati senza alcun tipo di informazione, concertazione e partecipazione del personale militare, rendono ancor più stringente per i cittadini lavoratori militari la necessità di avere strumenti di tutela associativa – sindacale come accade in molti altri paesi e come sentenziato dalla Corte Europea dei Diritti dell’ Uomo pochi giorni fa.
SUI DIRITTI NEGATI AI MILITARI – Analisi e Storia in un articolo di qualche anno fa. Di Enzo Jorfida
Nel tentativo di adeguare le strutture militari alle esigenze della società, l'organizzazione delle Forze armate europee è stata oggetto di continue modifiche. Le “aspettative sindacali” e le “tentazioni restauratrici” sono state le modalità con le quali la nazioni del continente hanno affrontato diversamente la questione militare. Generalmente le “aspettative sindacali” sono mosse dalla prospettiva di ristrutturare le Forze armate introducendo tecnicità, managerialità ed incentivazioni economiche, il tutto anche attraverso l’esercizio della contrattazione collettiva e la piena integrazione con la società civile, molte volte accompagnata certamente dalla sfiducia verso le alte gerarchie militari vista le loro “tentazioni restauratrici” perno su cui dare continuità alla separazione dei militari dalla società sul terreno dei bisogni e dei diritti. Mentre Francia ed USA, paesi di grande rilevanza strategica, hanno scelto la mediazione tra restaurazione e spinte sindacali, quasi tutti i Paesi europei, ad eccezione di Grecia, Spagna e Portogallo, hanno aperto le porte alla sindacalizzazione. La peculiarità dell’Italia sta nella forte contraddizione esistente tra la restaurazione tout-court e la pressante spinta democratica degli operatori per il diritto alla sindacalizzazione. Il movimento riformatore italiano nasce nel 1950 allorquando furono create 6 associazioni composte da personale in congedo. Nel 1969 nacque il periodico “L'aiutante ufficiale”, un quindicinale delle forze armate che elaborò una iniziativa la quale portò alla costituzione della prima associazione in cui confluirono sia i quadri in congedo che quelli in servizio, denominata ANAM (associazione nazionale dell'aeronautica militare). Sin dalla nascita le sue tendenze erano spiccatamente sindacali. Nel 1972 il giornale venne ridenominato “Il giornale dei militari” e l'ANAM si trasformo in SINAM (Sindacato Nazionale Aeronautica Militare). Nel frattempo in Europa nasceva l'EUROMIL ( che oggi, 2014 , rappresenta 40 tra associazioni e sindacati militari di 27 paesi ) L'obiettivo della piena sindacalizzazione militare italiana sembrava allora alle porte. Ma le alte sfere della gerarchia militare e talune parti politiche non persero occasione per creare un movimento di opinione che andasse in direzione opposta ai diritti sindacali. Il Corriere della Sera, La Stampa e Panorama, rappresentarono negativamente il processo di sindacalizzazione di quei Paesi europei che sperimentavano processi di riforma democratica. Malgrado ciò, il 12 ottobre del 1972 l'On. Nicolazzi esternò all'allora Ministro della Difesa Tanassi l'esigenza di dare tutela ai militari. Attraverso rappresentanze viste anche quali strumenti partecipativi atte a rivalutare la scaduta immagine delle Forze armate. Il 4 maggio del 1973 il Sen. Spora presentò un disegno di legge per la sindacalizzazione dei militari, causando non pochi dibattiti e scontri politici. Definendo un'offesa alla democrazia la difesa d'ufficio che i cittadini militari ricevevano dallo Stato a protezione dei loro diritti di lavoratori, e denunciando la triplice veste di datore di lavoro, di rappresentante delle istanze e di censore dello Stato, il disegno di legge non prevedeva alcuna limitazione associativa sindacale. Nel 1975 nacque il movimento democratico prima dei sottufficiali e poi di tutti i militari. La prima manifestazione avvenne nel settembre del 1975 a Treviso ove 600 militari in divisa scesero in piazza per protestare contro l'arresto del sergente Soggiu, che in Roma aveva depositato, con altri colleghi e senza autorizzazione, una corona di fiori al milite ignoto. Successive manifestazioni avvennero a Mestre e Milano con afflusso di 1500 e 5000 militari. In quell'anno il parlamento incaricò una commissione interministeriale di elaborare una bozza per la riscrittura del regolamento di disciplina militare, che risaliva al 1964. …..
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Tra il 1975 ed il 1978 però si ebbe uno dei periodi più bui della storia del nostro Paese. La sfida del terrorismo, l'instabilità politica, l'uccisione del Procuratore Generale della Repubblica Coco e gli uomini della scorta, la fuga di Kappler, l'economia nazionale vacillante con l'inflazione giunta al 22%, gli scandali politici, i servizi segreti deviati, e l'uccisione di Moro e degli uomini della scorta. E’ in questo clima che nasce la legge 382/78 sulle “Norme di principio della disciplina militare”, ed è questo clima che le mediazioni parlamentari subiscono nell’approvare la legge, la quale evidenzia subito i limiti e le mancate risposte ai militari sul terreno della democratizzazione. Sulla base delle esperienze trentennali vissute dalle rappresentanze militari, si può affermare che l’equivoco nasce dal come è stato impostato l’art.18 della legge 382/78 e poi, successivamente, dalle restrizioni operate dai regolamenti attuativi ed interni delle rappresentanze militari, i quali pretendono di regolamentare le attività di tutela applicando il principio della disciplina militare che, come si sa, è l’esatto opposto di una rappresentanza democratica, libera e volontaria, senza quale non è possibile esercitare nessuna tutela. Ecco perché gli organi di rappresentanza previsti dalla 382 non potranno mai garantire tutela, soprattutto quelle individuali. Persino gli stessi organismi militari, nel corso della loro attività, hanno manifestato l'inadeguatezza degli strumenti a loro disposizione. E sono ormai molti i delegati che ufficiosamente denunciano il completo controllo che i vertici militari esercitano sulle rappresentanze ad ogni livello, attraverso l’organizzazione della sudditanza psicologica, le intimidazioni, le minacce di trasferimento e le ritorsioni. Cosicché l'articolo 1 della legge 382/78, e cioè che “Le forze armate si informano ai principi costituzionali”, viene ad assumere un significato solamente propagandistico. La denuncia sulle contraddizioni esistenti tra la 382 e diritti costituzionali italiani e sulle difformità tra legislazione nazionale e i dettati Europei, è esemplarmente sottolineata nel parere espresso dalla CGIL al Consiglio d’Europa attraverso la Confederazione Europea Sindacale. In quel parere emerge con chiarezza che la 382 non è la carta dei diritti ma solo dei doveri, producendo in tal modo le profonde differenze che intercorrono tra una normale organizzazione sindacale e la rappresentanza militare. Mentre il sindacato consente la tutela globale e individuale degli interessi dei lavoratori, la rappresentanza non garantisce, non la tutela sindacale, ma nemmeno quella legale, in quanto questa attività è bandita.Se il sindacato garantisce l'intervento in ogni fase del rapporto di impiego, la rappresentanza militare non lo può fare in qualsiasi fase, non parliamo poi delle rigide esclusioni dei soli pareri relativi alle materie riguardanti l'ordinamento, l'addestramento, le operazioni, il settore logistico-operativo, il rapporto gerarchico-funzionale, l'impiego del personale. Il solo ruolo concertativo della rappresentanza, esercitato senza nessun possibile ricorso alla mobilitazione, non gli dà nemmeno il potere di siglare le intese contrattuali: la contrattazione centrale e decentrata diventa così un funzione assunta dai Comandi. L’assenza di una qualsiasi autonomia economica mette la rappresentanza alla totale dipendenza delle gerarchie militari che devono autorizzare o meno le spese della rappresentanza militare. Si proibisce di fatto il rapporto dialettico tra militari e società. In qualsiasi momento poi la gerarchia militare può intraprendere un'azione disciplinare per far cessare dal mandato quel rappresentante scomodo. Ne fa testo il caso di un  Maresciallo dei Carabinieri che, impegnato nell’opera di democratizzazione dell'Arma, 15 giorni prima delle elezioni della rappresentanza è stato punito con la consegna di rigore per escluderlo dalle consultazioni elettorali. Con la proibizione del rapporto tra rappresentanti e rappresentati e in mancanza dell’istituto della sfiducia per ragioni sindacali, i Cocer sono costretti a rappresentare solo se stessi, ed è per questo che non devono dare conto alla base ma ai vertici militari del loro operato. Il tutto con un costo enorme per lo Stato, ed ecco allora come importanti apparati e loro rappresentanze, che dovrebbero garantire moralità alla cosa pubblica, inconsapevolmente e nei fatti diventano complici di uno Stato inefficiente e dispendiosoMalgrado tutto ciò, oggi però il livello culturale degli appartenenti alle Forze armate si è elevato; la globalizzazione delle informazioni, la partecipazione dei militari alla vita sociale del Paese attraverso il volontariato associativo ha contribuito a determinare una nuova figura del militare, non più disposto a soggiacere alle privazioni e alle ghettizzazioni da cittadino di serie B. Le iniziative delle associazioni volontarie hanno portato ad incrociare diversamente la questione militare con la politica, la giustizia amministrativa e a volte anche con quella penale. Con la nascita, a partire dal 1993, di associazioni dalle finalità culturali, sociali e professionali vere sul piano progettuale, quali UNARMA per i carabinieri, l'Assodipro per le Forze armate, Il Centro per la Finanza; poi ancora più di recente FiCiEsse (Guardia di Finanza), che rappresentano migliaia di militari, si è costituito un nuovo fronte per la democrazia delle Forze Armate. Più volte hanno tentato di colpire non solo le aspettative di sindacalizzazione, ma anche il libero diritto associativo riconosciuto dalla Costituzione, individuando eversivamente in esso il nemico culturale attraverso il quale può passare il “pericolo” dell’allargamento dell’area dei diritti. E’ la nuova spinta associativa, e il sostegno sindacale che riceve, che induce le forze restauratrici capeggiate dai vertici militari a contrapporsi cocciutamente alla nuova realtà che sta emergendo, contando a volte purtroppo su fiancheggiamenti di sentenze emesse più politiche conservative che giuridiche. Per fare questo però i vertici militari godono della compiacenza dei responsabili di Governo che, privi di motivazioni politiche, giuridiche e costituzionali, preferiscono trincerarsi dietro al luogo comune “che i militari devono assolvere particolari e delicati compiti!”, e che quindi le forme di rappresentanza non devono minare la coesione disciplinare delle Forze armate. Ciò che invece serve per il paese tutto e non solo ai militari, è una logica autonomia del potere legislativo e esecutivo rispetto a quello amministrativo, a partire naturalmente dai Ministri e dai Sottosegretari, a volte eccessivamente sensibili al dire dei vertici militari. Se queste logiche politiche italiane avessero una ragione, allora l'Euromil, l’organizzazione sindacale Europea dei militari non dovrebbe esistere e andrebbe sciolta immediatamente. Nel nostro paese gli stessi magistrati, dai compiti notoriamente più delicati dei nostri, sono liberamente associati in libere e volontarie organizzazioni che è difficile definire non di tutela della categoria, da qui il rammarico totale dei militari che però continuano imperterriti ad animare proposte. Per questo la battaglia stimola e preoccupa  quanti vogliono il sindacato anche per i militari ma è una battaglia che appassiona nello stesso tempo. A chi vuol riportare indietro nel tempo questo movimento và risposto che ora il movimento per la sindacalizzazione( e quindi per la democratizzazione) delle Forze armate è meno solo e quindi è più forte di prima. La relativa inesperienza di questo movimento oggi ha il sostegno dalla scesa in campo delle grandi associazioni sindacali, delle testate editoriali, militari e non, di onorevoli, senatori e semplici cittadini, La più grande confederazione sindacale del Paese, la CGIL, ha sancito il suo impegno. Una democrazia che basa le sue fondamenta sulla libertà sindacale, la libertà ed il rispetto delle libertà degli altri, la libertà di partecipazione nella vita politica e sociale del Paese. In sintesi la libertà di uomo che può e deve conciliarsi con l'essere militare la cui condizione deve essere riabilitata e promossa a cittadino di Serie A.

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