Una sovrapposizione di ruoli molto discutibile.

Alcuni giorni fa, nel rivolgere i miei migliori auguri al generale Domenico Rossi per la sua recente nomina a sottocapo di SME, ho invitato l’ alto ufficiale a lasciare gli incarichi di presidente del Cocer Esercito e Interforze proprio perché la sovrapposizione dei ruoli potrebbe minare pericolosamente i già labili poteri degli organismi rappresentativi, limitandone la libertà di azione e di tutela, come in effetti è avvenuto in occasione delle proteste di piazza sulla recente manovra finanziaria correttiva licenziata dal governo durante le quali l’assenza del Cocer Esercito, dei Carabinieri e della Marina, si è fatta ampiamente notare.

Nell’ambito delle Forze armate il miraggio di un’efficace tutela dei diritti dei lavoratori, in analogia con quanto avviene per mezzo delle organizzazioni sindacali della polizia di Stato, è fortemente osteggiato, oltreché da una classe politica miope, anche e soprattutto dagli stessi militari che fanno parte degli organismi di rappresentanza denominati Cocer.

In questi Cocer, nei fatti definibili come una sorta di lobby politico-affaristica il cui unico scopo sembra essere quello di assolvere alla sola funzione di soddisfare le esigenze politiche di chi governa e quelle verticistiche dettate dai generali, piuttosto che curare gli interessi singoli e collettivi del personale militare, può accadere che la figura apicale – il presidente –, democraticamente designata per il solo fatto di rivestire il grado più elevato, ricopra anche il ruolo di comandante di Corpo e, quindi, titolare di quella specifica potestà disciplinare e sanzionatoria stabilita dalla legge o dal regolamento.

Quando si verifica questa sovrapposizione di “ruoli”, uno che dovrebbe essere esercitato nell’esclusivo interesse della tutela del personale e l’altro, invece, all’esclusivo servizio dell’interesse pubblico per il conseguimento dei fini istituzionali, si potrebbero verificare discutibilissime e riprovevoli deviazioni che permetterebbero, in astratto, di fare uso delle situazioni di disagio conosciute dal “delegato della rappresentanza militare” per esercitare la potestà sanzionatoria come arma di controllo e repressione di eventuali forme di dissenso o di non condivisione della visione del capo. Un conflitto di interessi.

Volendo fare un esempio, il Cocer dell’Arma dei carabinieri, già noto alle cronache parlamentari per i molteplici atti di sindacato ispettivo presentati nel corso di questa legislatura su fatti che ne coinvolgono direttamente alcuni membri, è presieduto da un generale che, guarda caso, riveste anche il ruolo di comandante di Corpo (Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche).

Ebbene, in astratto, potrebbe verificarsi che questo comandante di Corpo nello svolgere la sua funzione di presidente del Cocer possa anche venire a sapere delle lamentele riferite da un suo sottoposto ad un delegato della rappresentanza, nella speranza (vana) di veder risolto il proprio problema – anche di natura personale -, e che queste “lagnanze” confidenziali siano poi usate per esercitare un’azione disciplinare sul riottoso e sovversivo milite che ha osato denunciare un disagio.

Ad una mente logica e razionale una simile azione disciplinare apparirebbe immediatamente deprecabile, sia sotto il profilo etico sia quello professionale, senza peraltro tralasciare quegli eventuali aspetti che, inevitabilmente, finirebbero per coinvolgere l’eventuale violazione della forma e la natura di quelle “confidenze” fatte nella ricerca di un sostegno, quantomeno morale.

Difficilmente si potrebbe immaginare il proprietario di un’industria che sia anche a capo del sindacato dei lavoratori. Credo che la reazione dell’opinione pubblica sarebbe immediata nel giudicare inaccettabile la doppia veste dell’industriale.

Questo però non avviene nel mondo dei militari, dove anche l’assenza degli elementari diritti costituzionali passa inosservata, giustificata dall’inappropriata convinzione che l’indossare una divisa debba comportare delle limitazioni, come quella del diritto di associazione sindacale vietata dall’articolo 8 della legge di principio sulla disciplina militare (L. 382/1978).

I difficili equilibri tra la necessità di tutela, che innegabilmente deve essere data al personale militare, e il dover assolvere ai compiti e alle responsabilità che derivano dal “comando” richiedono una attenta riflessione sull’opportunità di privilegiare l’una o l’altra funzione ed è per questo che appare sempre più necessario domandarsi se sia possibile esercitare la tutela del “Diritto” e dei “Diritti” del personale militare e contemporaneamente salvaguardare gli interessi del vertice dell’amministrazione militare; ciò al fine di evitare che il secondo prevalga sempre e comunque sui primi, soprattutto in un periodo storico come è quello attuale dove sono molteplici i segnali del crescente malcontento che dilaga tra i cittadini in divisa che si sentono completamente abbandonati in un crescente vuoto di valori e di principi democratici.

Per concludere, quindi, nella convinzione che l’attuale sistema dei Cocer debba essere sostituito, al più presto, da una ampia incondizionata e incondizionabile rappresentanza sindacale, mi sembra necessario suggerire che nel processo di riforma della rappresentanza militare, che da oltre dieci anni riposa nelle aule parlamentari, siano opportunamente considerati anche gli aspetti che qui ho brevemente citato, nella evidente necessità di salvaguardare quei principi costituzionali posti a fondamento di uno Stato che si dice essere democratico ma che ancora oggiAggiungi un appuntamento per oggi ha al suo interno degli importanti e fondamentali settori della società dove la negazione del “Diritto” e dei “Diritti” appare essere l’unica regola ammessa.

Luca Marco Comellini – Segretario del partito per la tutela dei diritti di militari e forze di polizia (Pdm)

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