Sotto la DIVISA c’è un CUORE da ascoltare

“Il suicidio dimostra che nella vita ci sono mali più grandi della morte”. Queste semplici parole del filosofo Francesco Orestano, fanno comprendere l’intensità della sofferenza che sentono coloro che scelgono di porre fine alla propria esistenza e quella, ancor più amara, di parenti e amici che, per descrivere l’impatto emotivo devastante cui sono sottoposti, vengono chiamati “sopravvissuti/superstiti”. Questo è ciò che può essere affermato per tutte le vite spezzate a causa di gesti estremi, ma si fa ancora più spiacevole il pensiero quando a togliersi la vita è un uomo o una donna in divisa. Nel 2019 i suicidi tra le forze armate e quelle dell’ordine sono stati almeno 69 e alla fine del mese di luglio di quest’anno si è già arrivati a contare 32 vittime. I numeri, per quanto siano imprescindibili, rischiano di essere privi di spessore se non si considera che fanno riferimento a padri e madri di famiglia, a promessi sposi, a figli, fratelli e amici che hanno scelto di mettersi al servizio della collettività, magari allontanandosi centinaia e centinaia di km da casa.

La metà dei suicidi, infatti, avviene al nord, un quarto al centro e il restante quarto se lo spartiscono il sud e le isole. Trattandosi di ruoli tipicamente ricoperti da cittadini che provengono dal sud, è lecito pensare che la lontananza dalla propria terra e dai propri cari possa non essere di secondaria importanza. I mesi di settembre e ottobre 2019 e maggio 2020, stando a questi dati, costituiscono la maglia nera per i suicidi in divisa con il tragico primato di 10 decessi ciascuno: uno ogni 3 giorni. Questi sono gli unici dati, peraltro non ufficiali, resi disponibili dal prezioso lavoro dell’”Osservatorio Suicidi in Divisa”, un gruppo Facebook amministrato con sensibilità dal dott. Cleto Iafrate che da anni si impegna a far luce sul tema. Tuttavia, è facile pensare che il numero sia più elevato in quanto sono ancora molte le situazioni nelle quali i suicidi non vengono registrati come tali a causa di una fitta coltre di omertà che avvolge la sofferenza di tante famiglie. La “strage silenziosa”, così è chiamata questa triste realtà che riguarda il personale in divisa. È un modo per sottolineare il sostanziale disinteresse dei vertici politici e militari mescolato al desiderio di insabbiare eventuali scomode verità che potrebbero emergere scavando nel dolore di chi compie un gesto estremo.

Non si può e non si deve generalizzare puntando il dito contro le Istituzioni, ma è certo che ciascuno di questi servitori dello Stato, per poter indossare la divisa, ha superato severi test che hanno dimostrato l’assenza di patologie di carattere psichico. Quindi, qualunque sia la motivazione che ha portato al suicidio, è plausibile sia sorta successivamente. Solitudine e depressione, i due mali del nostro secolo, più che come cause sottostanti l’estremo gesto, sembrano essere usati come scusante in grado di rendere giustificabile ciò che ad un’analisi più attenta diviene inspiegabile e inaccettabile. Com’è possibile, infatti, conciliare il forte senso di appartenenza cui tutti i corpi dello Stato concorrono mediante un addestramento strutturato (e sottolineato dalla divisa stessa) con la solitudine cui si fa riferimento d’innanzi a tali tragedie? Chiunque abbia un minimo di familiarità con la realtà militare, sa che regolarmente vengono redatte le cosiddette “note caratteristiche”: una valutazione individuale scritta dai superiori che fornisce una fotografia puntuale di ciascun soggetto in divisa. Già solo questa procedura potrebbe essere considerata uno strumento di prevenzione dei gesti suicidari in quanto consentirebbe di cogliere eventuali segnali d’allarme in grado di attivare percorsi di sostegno dedicati.

Purtroppo, niente di tutto ciò si verifica. Anzi, eventuali indicatori di disagio comportano spesso conseguenze screditanti per il personale in divisa che, di fatto, non sentendosi riconosciuto nella propria sofferenza, vede minacciati il senso di appartenenza e d’identità sviluppati nel corso della carriera, finendo per sentirsi solo. Questa solitudine trova terreno fertile in un ambiente fortemente gerarchizzato e regolato da leggi che, talvolta, risultano poco tutelanti, se non obsolete, e la disponibilità di un’arma personale incentiva facili e drammatiche soluzioni a queste situazioni di grande, prolungata e inascoltata sofferenza. Come intervenire, quindi? Innanzitutto è necessario che le Istituzioni provvedano a creare un registro ufficiale delle morti per suicidio all’interno dei corpi in divisa. È inammissibile che queste informazioni siano demandate ad un gruppo Facebook, benché spinto da nobili valori. Questo consentirebbe almeno di avere dei dati certi in grado di restituire una fotografia della situazione attuale e sui quali basare improcrastinabili interventi di prevenzione. Proprio quest’ultima costituisce l’obiettivo primario cui è necessario che concorrano vertici politici e militari, mediante iniziative di sensibilizzazione e di promozione di una cultura attenta alle esigenze del singolo e capace di valorizzare il reciproco sostegno. L’aiuto concreto, l’appartenenza, il contrasto al senso di solitudine e l’atteggiamento di ascolto comprensivo, solidale e non giudicante dovrebbero essere i nuovi marcatori dell’ambiente militare.

Da tempo l’Assodipro, associazione di categoria che tutela i diritti del personale in divisa, si sta occupando della tragica realtà dei suicidi e, in soccorso di quanti vivono situazioni di difficoltà nell’ambiente militare, è stato attivato il servizio gratuito “SOS Assodipro”, un numero di telefono [388-4415221] al quale è possibile rivolgersi, con garanzia di anonimato, tutti i giorni dalle 7 alle 22 per chiedere consigli e supporto all’equipe multiprofessionale composta da: Salvatore Vinciguerra, segretario nazionale Assodipro, capo brevettato dell’AGESCI, vari mandati nella rappresentanza militare locale e intermedia; Natale Pacino, vice presidente Assodipro; dott. Enrico Cleopazzo, avvocato e collaboratore da vari anni con Assodipro, impegnato in varie cause nel campo militare e il dott. Lorenzo Bolzonello, psicologo esperto nell’elaborazione del lutto. I servitori dello Stato non possono e non devono essere lasciati soli. Il loro grido va ascoltato perché non possiamo aspettarci che svolgano al meglio il loro prezioso ruolo di difesa e di soccorso se non siamo disposti ad accogliere le loro umane necessità. Ricordiamoci che dietro quelle eroiche divise ci sono prima di tutto donne e uomini con una vita fatta di sogni, scelte, fatiche, fragilità e bisogni: proprio come tutti noi.

Dott. Lorenzo Bolzonello

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