Tutto , piaccia o meno , retto da aree neuronali organizzate e funzionali , trasmissioni neuronali e rilascio di segnali elettrici e chimici.
Emozioni dunque e solo emozioni e non nel significato molto popolare del noto brano musicale dell’indimenticato Lucio Battisti.
Tant’è che laddove si asportassero specifiche parti cerebrali, alcune emozioni sparirebbero di colpo con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini comportamentali e di sopravvivenza.
Immaginiamo di non provare più paura e quindi non percepire pericoli.
Evidentemente la vita sarebbe in seria difficoltà.
Così come avere un eccesso di tristezza a causa di un problema di modulazione neuronale (ipotesi serotoninergica per chi volesse approfondire , sebbene non l’unica causa ) in una area ben precisa del nostro cervello : si va incontro a quella patologia che è notoriamente conosciuta come depressione. Emozione base la tristezza. La patologia collegata: la depressione.
Altra parte della psicologia ritiene che i nostri comportamenti sarebbero basati sulle nostre esperienze lontane nel tempo e risalenti all’infanzia (S. Freud) e legate a quello che è stato il rapporto con i genitori, esperienze che potrebbero influire sull’empatia laddove evidentemente il leader fosse afflitto da problemi inconsci o modelli remoti di attaccamento mal risolti (cfr. Bowlby e altri ) .
Gli studi e le osservazioni che hanno esaminato direttamente il legame esistente tra stili di attaccamento ed eventuale sviluppo di una patologia psicologica nell’età adulta, mostrano come esista un legame diretto tra stili di attaccamento e la presenza di disturbi della personalità o altre forme di disagio psicologico (in tal senso A. Barbier).
Altri ancora inseriscono un codice genetico nell’individuo non solo di tipo biologico ma anche di tipo ancestrale e cioè quanto vissuto e spiegato ( o rimasto irrisolto ) nelle civiltà più antiche e remote, arriverebbe fino a noi tramandato dalle generazioni intercorse tra quegli eventi significativi e segnanti quella civiltà e la generazione attuale. E vi arriverebbe non per vie “documentali” o storiografiche ma epigenetiche segnanti l’inconscio.
L’empatia dove si situerebbe in tutto questo quadro ?
Dovrebbe situarsi nel saper riconoscere l’emozione altrui in quanto già sperimentata personalmente e dunque avere così gli strumenti migliori per poter “dialogare”, non tanto ragionevolmente quanto piuttosto emozionalmente con il personale dipendente.
In una ipotesi darwiniana le espressioni facciali aiuterebbero in questo riconoscimento.
L’aspetto razionale atterrebbe così alla fase successiva cioè come operare ma il riconoscimento del che cosa stia avvenendo (e quindi prodromico al poter operare) sarebbe un riconoscimento di tipo emotivo.
Ed è questo il cuore dell’empatia.
E qui sta il limite.
Limite che viene dato dalla strutturazione cerebrale, dalla specifica fisiologia encefalica del “dirigente” quella organizzazione, se dobbiamo riconoscere come vero ( e gli strumenti quali l’esame RMf – risonanza.


