GLI ASPETTI PROCESSUALI DEL SEGRETO DI STATO SPIEGATI ATTRAVERSO LE REGOLE DEL CALCIO di Cleto Iafrate

La partita sembra finalmente equilibrata. L’arbitro può rilevare autonomamente – e senza bisogno di alcuna autorizzazione – i falli da rigore, e tutte quelle infrazioni la cui gravità è tale da porre a rischio la continuità stessa del gioco.

 

  1. Lo stravolgimento delle intenzioni del legislatore.

 

Il comma secondo dell’art. 204 c.p.p. prevede che “del provvedimento che rigetta l’eccezione di segretezza è data comunicazione al Presidente del Consiglio dei Ministri”.

La comunicazione dovrebbe avere un valore meramente informativo – non è una richiesta di autorizzazione – dal momento che, come detto, la decisione del giudice di non accogliere l’eccezione di segretezza è da configurarsi come immediatamente eseguibile.

Dopo meno di un anno, però, le norme di attuazione stravolgono l’istituto appena descritto, facendo assumere alla comunicazione una forma completamente diversa da quella per la quale la dottrina aveva esultato.

L’art. 66 disp. att. c.p.p. prevede che, pervenuta la comunicazione, il Presidente del Consiglio può confermare il segreto, laddove ritenga che quanto coperto da segreto “non concerne il reato per cui si procede”.

E’ rientrato dalla finestra ciò che meno di un anno prima era uscito dalla porta.

La disposizione, infatti, impone al giudice il blocco del procedimento per trenta giorni dalla comunicazione, termine ultimo per l’esercizio del potere presidenziale di conferma.

In sostanza il meccanismo dell’art. 204 c.p.p. subisce una completa metamorfosi.

L’ultima parola è tornata all’autorità politica.

 

  1. Prospettive di riforma del segreto di Stato.

Un uso distorto del segreto, per la potenza dello strumento, oltre a ledere i principi dell’ordinamento costituzionale, può porre in pericolo la stessa democrazia.

La possibilità di sbarrare l’esercizio della funzione giurisdizionale, potrebbe tramutarsi da mezzo di salvaguardia della sicurezza nazionale in strumento di eversione.

Non dico che sia successo, ma potrebbe accadere, per esempio, che la caduta di un politico, democraticamente eletto dal popolo, sia fatta precedere da una serie di rivelazioni sensazionali sulla sua vita personale e sui suoi vizi nascosti.

Oppure, per esempio, ci si convinca che sia necessario portare una ventata di democrazia in tutti quei popoli di confine  impoveriti da decenni di dittatura.  E poi ci si renda conto che di impoverito c’era solo l’uranio, nei proiettili degli alleati, che il vento ha portato nei polmoni dei nostri ragazzi[1]. E di aver esportato democrazia per importare orde di clandestini in fuga, giustamente, da guerre, fame e miseria.

 Una revisione normativa dovrebbe partire proprio dall’art. 66 att. c.p.p.. La disposizione per la sua formulazione ambigua – “quanto coperto da segreto non concerne il reato per cui si procede” – ha due possibili significati: che la prova sia irrilevante oppure che il reato non mirasse all’eversione dell’ordinamento costituzionale.

In ambo i casi non spetta all’autorità politica, che potrebbe non essere estranea ai fatti, valutare quale prova sia rilevante e, soprattutto, la qualificazione giuridica da dare ai fatti contestati.

 [1] Si consideri che “in seguito alle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone sui rifiuti nucleari e tossici verbalizzate nel 1993, il governo pose nel 1997 il segreto di Stato, tolto dopo 16 anni solo nel novembre del 2013” (FONTE: Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Segreto_di_Stato).

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